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Pubblicato in Didattica

Funziona la classe capovolta per l'insegnamento linguistico? Lo abbiamo chiesto al professor Gianfranco Porcelli

Domenica, 02 Aprile 2017 16:32 Scritto da 
Gianfranco Porcelli ha insegnato all’Università Cattolica (sedi di Milano e Brescia) e nelle università di Bari, Lugano e Pavia. Gianfranco Porcelli ha insegnato all’Università Cattolica (sedi di Milano e Brescia) e nelle università di Bari, Lugano e Pavia.

La classe capovolta è una delle proposte didattiche che ha suscitato più entusiasmo tra gli insegnanti nell'ultimo decennio. Abbiamo chiesto al professore di didattica Gianfranco Porcelli di spiegarci se questo tipo di lezione sia adatta all'insegnamento linguistico e se presenti, eventualmente, delle controindicazione. Con il professore abbiamo parlato anche di mode e tradizione nella didattica e sulla capacità della scuola italiana di recepire l'innovazione.

Professor , la lezione capovolta è adatta per l'insegnamento linguistico?

Ho lasciato scuola e università da parecchio, non ho dunque esperienza diretta di classe capovolta. Come proposta è valida. I riscontri che ho ricevuto da colleghi preparati che la applicano sono certamente positivi.

Non presenta comunque delle criticità? Lo studente per una certa fase è lasciato da solo con i testi, non rischia questo di diventare demotivante senza l'ausilio di un docente.

Questo è vero. Questo tipo di proposta, che fa leva sulla capacità d'iniziativa dei destinatari, si scontra con il fatto che difficilmente si trovano classi omogenee. Penso soprattutto alla scuola media di primo grado. Per questa ragione il capovolgimento deve essere gestito con interventi preliminari, altrimenti c'è il rischio che qualche studente brancoli nel buio.
Tuttavia, ci sono tanti modi per ovviare a questo rischio e far sì che il capovolgimento non diventi demotivante. Si possono, ad esempio, utilizzare mappe semantiche e mappe concettuali. Queste permettono di cogliere snodi ed espressioni chiave del testo. È fondamentale preparare un minimo di percorso per la classe. Questo dà a molti più sicurezza. Bisogna poi anche tenere presente che vi sono anche studenti che di iniziativa ne hanno fin troppa.

Quindi anche la classe capovolta ha bisogno di quella che in genere si chiama fase di motivazione?

A me piace anche chiamarla fase di riscaldamento o warming-up come si dice in inglese. Tutta la classe deve entrare in sintonia con un modo alternativo di lavorare. A ogni compito nuovo, a ogni momento di capovolgimento, un minimo di riscaldamento bisogna farlo.
Al capovolgimento, tuttavia, è bene arrivare per gradi, magari non per forza all'inizio di un anno o di un ciclo scolastico. Le classi vanno abituate a questo tipo di didattica.

Quindi lei raccomanda l'utilizzo della classe capovolta per l'insegnamento linguistico?

Le basi scientifiche di questa metodologia sono solide. La mia risposta è quindi un sì convinto. Con la classe capovolta deve essere molto ben chiarito dove si vuole arrivare. Non penso solo agli obiettivi a lungo termine, ma anche quelli che devono essere raggiunti alla fine dell'ora. Sembra una cosa banale, ma ho visto che in qualche caso questo non è stato messo così in evidenza.

La definizione degli obiettivi non dovrebbe essere chiara in ogni tipo di didattica?

Lei ha perfettamente ragione, diciamo però che con questo tipo di didattica in particolare c'è un maggior rischio di dispersione rispetto ad altre proposte. È prevalentemente una questione di buona comunicazione. Questo spostamento di responsabilità su altri rende necessario questo sforzo comunicativo maggiore.

La classe capovolta non si contrappone, dunque, ai principi della glottodidattica?

È un passo in avanti rispetto ai metodi della glottodidattica umanistica. Tutta gli sviluppi della psicolinguistica e della didattica delle lingue degli ultimi cinquant'anni convergono sulla classe capovolta. Un altro sviluppo interessante è quello della didattica basata sulla big picture. Tutte queste nuove proposte sono nel solco della glottodidattica più recente ed avanzata.
La classe capovolta, per un concorso di circostanze sta ricevendo grande accoglienza tra gli insegnanti e direi che ciò è un bene.

In un suo recente articolo lei ha scritto che le mode sono importanti e, tuttavia, ha messo in guardia rispetto alle mode che possono essere "nocive".

Durante gli ultimi decenni ne ho viste talmente tante di mode nella didattica che poi sono state dimenticate e abbandonate rapidamente. Dispiace che vi siano state proposte valide che oggi nessuno utilizza più poi molto. Spesso si butta via il bambino con l'acqua sporca. Penso al discorso sulle intelligenze multiple che oggi è totalmente scomparso dai radar e che, invece, fornisce non pochi spunti di riflessione.

Anche la tradizione, penso alla lezione frontale, può essere molto "nociva" nell'insegnamento linguistico?

Direi proprio di sì. Il problema di fondo è che molti insegnanti trovano difficoltà a introdurre l'innovazione e allora preferiscono ripiegare nel vecchio, nel morto e sepolto metodo grammaticale-traduttivo tanto per intenderci, e questo in teoria permette loro di pensare che almeno qualcosa di può fare. Certo se in classe abbiamo bullismo e altri problemi che impediscono di insegnare è un conto, ma se si può insegnare, si può e si deve insegnare bene.

Il sistema scolastico italiano è in grado di recepire maggiormente le innovazioni? È pessimista o ottimistaal riguardo?

Faccio un paragone che le sembrerà blasfemo. Quando io ho iniziato a insegnare, negli anni sessanta, per fare il maestro di educazione fisica era necessario solo essere stati sergente nell'esercito. Da quando è nato un istituto superiore di educazione fisica le cose sono nettamente migliorate. Questo sta avvenendo adesso con l'insegnamento linguistico. Credo che con il ricambio generazionale ci saranno sviluppi in senso positivo.

Quindi è solo questione di tempo, basteranno due generazioni di nuovi insegnanti?

Dovrebbe bastarne una.

Professore, grazie per l'intervista. A risentirci.

A presto.

Gianfranco Porcelli (Milano, 1941) ha insegnato a tutti i livelli, dalle elementari al post-laurea (SSIS). In particolare si è dedicato agli studi di Didattica delle lingue moderne e alla formazione degli insegnanti. Ha insegnato all’Università Cattolica (sedi di Milano e Brescia) e nelle università di Bari, Lugano e Pavia.
Per sette anni è stato Presidente nazionale dell’ANILS. Ha pubblicato una trentina di libri tra Glottodidattica e Linguistica inglese e per oltre un decennio ha diretto due riviste del settore, una scientifica e una professionale. Ora collabora a varie iniziative editoriali ma soprattutto ama fare il nonno.

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