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Pubblicato in Politica ed economia

Intervista a esperta di didattica della lingua Stefania Cavagnoli: "appello dei 600 utile a discussione, ma problema sono anche genitori degli studenti"

Lunedì, 27 Febbraio 2017 14:03 Scritto da 
Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Università di Roma Tor Vergata

Continuiamo a parlare del presunto declino della lingua italiana a scuola e nelle università. Abbiamo intervistato l'esperta di didattica della lingua Stefania Cavagnoli la quale, pur riconoscendo la legittimità dell'appello dei 600, ha posto l'accento su punti fino ad ora poco trattati: la percezione degli studenti, il problema delle richieste dei genitori e le paure degli insegnanti. Secondo la professoressa Cavagnoli i linguisti da soli non possono farcela a far passare l'idea che l'educazione linguistica non può limitarsi a grammatica e ortografia ed è necessaria una condivisione di questi temi con tutto l'universo degli insegnanti della scuola e dell'università.

Professoressa Cavagnoli, è d'accordo con l'appello dei 600?

Non sono d'accordo per una serie di motivi. Sono però d'accordo sulla sensibilizzazione dell'argomento e in questo l’appello ha avuto un ruolo positivo. Il grido d'allarme c'è da tanto e chi lavora a scuola e all'università lo sa. La cosa che non mi è piaciuta è questo lancio dall'alto e non dal basso. Ho presentato la lettera dell'appello e del controappello in una classe di lettere di laurea magistrale e ne ho discusso con gli studenti. Il risultato della discussione è stato un po' contraddittorio. Anche i ragazzi si sono divisi tra quelli che erano a favore dell'appello dei 600 e quelli che erano più favorevoli a quello dei 400. Appartenevano al primo gruppo, tuttavia, soprattutto gli studenti con meno esperienze di didattica. Quelli cioè che non si sono mai messi in gioco come insegnanti anche semplicemente attraverso ripetizioni a studenti di scuola. Chi, invece, aveva avuto una precedente esperienza di didattica ha spiegato che le verifiche, se formative, possono anche funzionare, ma che lo stress legato alla verifica impedisce il raggiungimento dei risultati sperati. 
Sono sicura che il tema dell'educazione linguistica, di cui nell'appello nessuno parla, passi in modo trasversale dal docente di italiano, da quello di matematica, da giornali e telegiornali e Internet. Si chiama educazione linguistica e non istruzione linguistica proprio per questo.

In questa discussione c'è molto di ideologico. Come si fa a fare una discussione priva di accuse di conservatorismo, purismo, permissivismo ed eccessiva semplificazione dell'insegnamento?

Chi effettivamente fa ricerca in ambito linguistico ed educativo ed entra spesso in aule scolastiche e universitarie di solito non ha un approccio ideologico. La lingua italiana si modifica sempre più velocemente e costantemente. Quando ero all'università come studentessa mi ricordo le discussioni dei miei insegnanti, che erano molto sprezzanti nei confronti del nostro modo di parlare e scrivere. Sono passati trent'anni e i giudizi sono gli stessi. Solo che oggi siamo noi a giudicare i giovani e il loro modo di comunicare.

Forse gli obiettivi dei linguisti del GISCEL sono troppo alti? Il Gruppo di Firenze sembra dire diamo agli studenti almeno il minimo indispensabile, e cioè buona grammatica e ortografia.

Anche a me non piacciono gli errori di ortografia dei miei studenti. È vero che gli studenti hanno oggi un maggior tasso di errori ortografici di quelli del passato. Come insegnante li devo correggere, certo, magari facendoli riflettere sull'errore commesso. Però è soprattutto importante che i miei studenti sappiano decodificare un testo. Che sappiano interagire adeguatamente sul piano linguistico. La lingua si sta trasformando anche grazie alle nuove tecnologie informatiche e le necessità sono altre.

Le rivolgo a questo punto la domanda che ho posto anche ad altri suoi colleghi. Il declino dell'italiano a scuola e nelle università è percepito o reale?

Un peggioramento del livello della scrittura c'è. Ma non è assolutamente colpa della scuola primaria. La responsabilità è ampiamente diffusa. Il ritorno esclusivo a grammatica e ortografia, tuttavia, non è la soluzione. La lingua non è solo questo. I nostri studenti hanno problemi soprattutto a capire un testo, ad adeguare la propria lingua a contesti differenti. Per raggiungere questo obiettivo bisogna formare gli insegnanti e a formarli ci deve pensare l'università. Gli esami di didattica della letteratura o di didattica della lingua ci sono da pochi anni. Gli stessi 600 professori dell'appello dovrebbero formare i propri studenti secondo questa logica.
C'è, inoltre, un problema che nessuno in questa discussione ha mai considerato e cioè il ruolo dei genitori.
Le insegnanti sono davvero molto spaventate dai genitori, che spesso si preoccupano solo che il programma sia stato rispettato. Molto spesso poi questi genitori parlano una lingua non adeguata al livello di educazione linguistica richiesto dalla scuola; sono proprio loro i primi esempi, i primi riferimenti per i loro figli.

I genitori poi spesso chiedono agli insegnanti di far fare ai loro bambini ciò che loro hanno fatto venti o trent'anni prima.

I genitori vogliono spesso riproporre ciò che hanno in qualche modo subíto e cioè uno studio della lingua basato sull'apprendimento di regole ed esercizi. Si tratta di un contesto rassicurante, quantificabile, che tuttavia non fornisce affatto un'educazione linguistica completa e articolata su più livelli. Piani di studio e linee-guida prevedono tutta un'altra serie di competenze che male si incastrano con uno studio basato solo su grammatica e ortografia. Le scienze cognitive hanno fatto progressi enormi negli ultimi trent'anni e da queste sappiamo che si impara in modo diverso da quanto comunemente si creda. L'insegnamento nozionistico non può più funzionare in un mondo in cui gli stimoli linguistici sono così molteplici.

Il problema è, dunque, anche di natura culturale? Come se ne esce?

Ci deve essere un lavoro condiviso. I linguisti da soli non possono farcela. Hanno bisogno di un contatto costante con il mondo della scuola e dell'università. Senza gli insegnanti non si va da nessuna parte. Credo che si possa e debba fare molto. Università e scuola devono collaborare attivamente e per fare questo non c'è bisogno di appelli.
Una cosa mi sta molto a cuore rispetto a questo appello. Dobbiamo smettere di parlare male dei giovani. Se la lingua dei giovani non funziona, sono gli insegnanti a doversi mettere in discussione. È molto difficile frenare i cambiamenti linguistici. Sullo scritto c'è indubbiamente oggi un impoverimento della lingua. A livello dei media c'è oggi un minore grado di accuratezza. Le persone hanno oggi questi standard e anche ciò che parliamo oggi è più semplificato.

Professoressa, grazie dell'intervista e a presto.

A risentirci.

© Informalingua

Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata, dove insegna linguistica applicata e glottodidattica. Si occupa da anni di educazione al plurilinguismo e di didattica della comunicazione specialistica (con particolare riferimento al linguaggio giuridico in dimensione interlinguistica italiano-tedesco). E’ consulente scientifica di diversi progetti CLIL nelle scuole del Trentino Alto Adige. Le sue principali pubblicazioni sono Educare al plurilinguismo, Franco Angeli, 2011,Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile, Edizioni dell’Orso 2013, oltre a saggi in volumi e riviste nazionali e internazionali.

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