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Pubblicato in Politica ed economia

Consulta ammette divieto di uso dell'italiano nei corsi di lauree magistrali e dottorato del Politecnico di Milano

Sabato, 25 Febbraio 2017 08:35 Scritto da 
Il Politecnico di Milano Il Politecnico di Milano Wikimedia Commons

A leggere i titoli dei principali giornali di stamattina sembrerebbe che a partire da ieri sarà finalmente possibile insegnare in lingua inglese nei corsi di lauree magistrali e dottorati degli atenei italiani. Ciò che sarà possibile, invece, è imporre il divieto dell'uso della lingua italiana per questi corsi, anche in presenza di resistenze da parte del corpo docente.
La Consulta, infatti, ha accolto ieri un ricorso del Politecnico di Milano contro una sentenza del TAR che aveva di fatto annullato un regolamento emesso nel 2010 dallo stesso ateneo che imponeva l'uso esclusivo di inglese nei corsi di lauree magistrali e dottorato. La sentenza della Consulta di ieri sottolinea che la scelta tra italiano e inglese dovrebbe essere lasciata ai singoli atenei e che il principio che ha ispirato la sentenza è quello dell'autonomia della ricerca.
"È ragionevole che - si legge nel testo della sentenza - in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell'ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera. Va da sè che, perche' questa facolta' offerta dal legislatore non diventi elusiva dei principi costituzionali, gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio di eguaglianza, del diritto all'istruzione e della liberta' di insegnamento". In sostanza, sembra che la Consulta abbia valutato come ragionevole e adeguato un regolamento che esclude l'italiano da lauree magistrali e corsi di dottorato di un'istituzione accademica come il Politecnico in virtù della peculiarità e della specificità dei suoi corsi.
Questa sentenza, tuttavia, non impedirà in futuro di far sì che altri atenei decidano di escludere l'italiano dai propri corsi di lauree magistrali e dottorato. Si tratta, dunque, di un primato della lingua italiana solo teorico, poiché dal punto di vista legislativo ogni istituzione accademica avrà facoltà di ignorarlo.
Il Politecnico ha sempre motivato le ragioni del ricorso alla Consulta sostenendo che il regolamento che di fatto esclude l'italiano era necessario per l'internazionalizzazione dell'ateneo e per attrarre studenti stranieri. Premesso che nessuno mette in discussione il fatto che un'università italiana possa decidere di attivare insegnamenti in inglese o in un'altra lingua straniera, ci sembra però assurdo e ingiusto che si possa impedire di utilizzare l'italiano. Ricordiamo, infatti, che ad opporsi al regolamento del Politecnico erano stati ben 150 dei suoi professori, che si erano ritenuti discriminati per il fatto di non poter usare la propria lingua per i propri insegnamenti.
Come abbiamo già chiarito in altri nostri articoli sull'argomento, riteniamo che il Politecnico avrebbe fatto meglio a lasciar libertà di scelta ai propri insegnanti per la lingua da adottare per la propria offerta formativa e stabilire in base ai risultati di corsi, esami, questionari di valutazione degli studenti il valore degli insegnanti e, conseguentemente, verificare il loro profilo internazionale. In questo modo, i fautori dell’una o dell’altra scelta avrebbero potuto competere liberamente provando a dimostrare attraverso il loro lavoro la validità della stessa e la capacità di attrarre studenti stranieri. Tale impostazione è seguita attualmente con successo in molte università europee, senza che a nessuno venga proibito di utilizzare la lingua del paese in cui la propria università si trova. Tale impostazione, inoltre, è in linea con la politica del multilinguismo della Commissione Europea che mira a “incoraggiare l'apprendimento delle lingue e promuovere la diversità linguistica nella società, favorire un'economia multilingue efficiente e dare ai cittadini un accesso alla legislazione, alle procedure e alle informazioni dell'Unione europea nella loro lingua”.
A nostro parere dovrebbe essere la qualità e il livello di innovazione della ricerca ad attrarre gli studenti stranieri indipendentemente dalla lingua in cui si decide di insegnare. In ogni caso, sopprimere il diritto all’insegnamento in italiano in un’università pubblica italiana è lesivo della libertà e dell’autonomia degli insegnanti (non esiste solo quella degli atenei) e del diritto allo studio di chi non ritiene di dover a tutti i costi sapere l’inglese.
Riteniamo, inoltre, che per molti ricercatori stranieri, che sono nella maggior parte dei casi persone curiose e avide di conoscenza, la sfida dell’apprendimento dell’italiano possa essere considerato un incentivo a venire in Italia e non un ostacolo. Se poi tali ricercatori tornado nei paesi di provenienza continueranno, anche per via della lingua, a mantenere contatti con l’Italia, ciò avrebbe certamente un impatto positivo in termini di scambi economici e scientifici per il nostro paese.
Tutt’altra storia poi è cercare di capire se l’italiano abbia ancora da dire qualcosa come lingua scientifica.
© Informalingua

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