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Pubblicato in Politica ed economia

Intervista al linguista Fabio Rossi: "appello dei 600 anacronistico, ma ben venga discussione su italiano a scuola e all'università"

Martedì, 21 Febbraio 2017 12:20 Scritto da 
Fabio Rossi è Professore Ordinario di Linguistica italiana all’Università di Messina. Fabio Rossi è Professore Ordinario di Linguistica italiana all’Università di Messina. Università di Messina

Anche il linguista Fabio Rossi prende posizione contro l'appello dei 600 del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. Intervistato da Informalingua, del quale è spesso un interlocutore, il professor Rossi è entrato nel merito delle questioni sollevate dall'appello criticandone l'impianto generale. Un ritorno alla "grammatichetta" del passato, sostiene Rossi nel suo intervento, significherebbe riproporre proprio il modello che ha portato alla situazione attuale. Solo un intervento serio sulle abilità degli studenti di utilizzare diverse varietà dell'italiano può migliorare il livello della scrittura a qualsiasi livello.

Professore, cosa ne pensa dell'appello del Gruppo di Firenze?

L'appello in sé non mi è piaciuto. Però è interessante quello che sta accadendo. C'è un dinamismo e una quantità di interventi che non si vedevano da tempo. Rispetto all'appello, tuttavia, mi sono piaciute di più considerazioni che sono uscite nei giorni successivi. C'è, ad esempio, una lettera molto bella scritta da Maria Pia Lo Duca, docente di Lingua italiana' e di Didattica dell'italiano presso l'Università di Padova, che mette a posto doverosamente alcuni punti che l'appello lasciava oscuri. Secondo me l'appello dei 600 è superficiale e inutile. Che oggi sempre meno studenti sappiano scrivere mi sembra la scoperta dell'acqua calda. È, infatti, almeno dall'uscita dei dati OCSE del 2013 che non facciamo altro che dire questo. E non è vero che non sono state portate avanti iniziative al riguardo. C'è, ad esempio, l'iniziativa dei Lincei per una nuova didattica nelle scuole.

Qui però ci sono 600 accademici che lanciano un allarme, forse le iniziative di cui parla non sono state comunicate nel modo migliore. C'è sempre un problema di catena di trasmissione.

Quello che dice lei è vero. Però ci tengo a sottolineare che quasi tutti i firmatari dell'appello non sono linguisti. Non è un caso che i linguisti più autorevoli non l'abbiano firmato. I firmatari sono quasi tutti antichisti, storici, intellettuali o giornalisti. Si capisce dal tono dell'appello che si tratta di docenti che non hanno dimestichezza con la didattica dell'italiano e dell'insegnamento linguistico in generale. Il problema principale, messo molto bene in luce dalla lettera di Maria Pia Lo Duca, è che non possiamo considerare la scrittura e la capacità di scrivere come un risultato conseguibile una volta per tutte alla scuola primaria o quella secondaria. L'abilità scrittoria è un processo, un esercizio che deve essere portato avanti a diversi livelli per tutta la vita. Quindi è superficiale dire all'università ci arrivano persone mal formate nella scrittura perché la scuola non riesce a preparale. Il problema così è proprio mal posto. Penso soprattutto alle osservazioni di uno dei firmatari più autorevoli dell'appello, e cioè il giornalista Ernesto Galli della Loggia, il quale dice, dimostrando di non conoscere molto l'argomento, che oggi non si sa scrivere perché è stata criminalizzata la grammatica ed è venuto meno l'insegnamento linguistico di tipo tradizionale. Come è stato dimostrato dalle 10 tesi del GISCEL di quarant'anni fa, è proprio quell'insegnamento di tipo tradizionale che ha comportato i danni che ancora oggi stiamo pagando.

Quindi, mi sembra di capire che la posizione dei firmatari dell'appello non goda di molto credito almeno in termini di scientificità.

Non ha alcun credito in termini di scientificità. L'unico merito che ha l'appello secondo me è che ancora una volta ha suscitato un dibattito. Parlare di questi temi è sempre utile. Tuttavia, la richiesta di modifica dei programmi scolastici mi sembra del tutto infondata. I programmi continuano a recepire molto bene alcuni dei principi fondamentali del GISCEL. Questi programmi, almeno sulla carta, funzionano.

Siamo di nuovo al problema della catena di trasmissione.

Il problema chiave è proprio la formazione. Come sostiene la professoressa Lo Duca, bisognerebbe investire di più non tanto in termini di risorse economiche, quanto in termini di impegno dei formatori. Tutti noi docenti universitari siamo stati coinvolti in molti di questi corsi negli ultimi cinque anni. Se ci si limita a ripetere agli insegnanti da formare le nozioni di storia della lingua italiana e di grammatica che abbiamo propinato loro già due volte, prima nel percorso di laurea triennale e poi in quello di laurea magistrale, non rendiamo un buon servizio. Questi insegnanti si troveranno poi buttati davanti a una classe e ignoreranno totalmente i principi con cui si dovrebbero articolare dei corsi anche di scrittura.

Veniamo alla questione del "declino della lingua", evocata in qualche modo dall'eco mediatica che generalmente accompagna appelli di questo tipo. Si tratta di un declino reale o di un declino percepito?

La percezione del declino della lingua nasce con la storia della comunicazione umana. Penso che non ci sia periodo storico che non sia laudator temporis acti anche dal punto di vista linguistico. Già questo basterebbe a smontare quest'idea del declino dell'italiano dei nostri giorni. Aggiungo poi, come hanno dimostrato linguisti illustri, che parlare di declino della lingua limitandosi ad osservare il fatto che non si usa più il congiuntivo nelle completive e che ci sono troppi anglicismi o troppe abbreviazioni per colpa degli sms significa dire una boutade, nonché un'inesattezza. Non sono, infatti, queste le prove di un supposto declino della lingua. Se, invece, si fa un discorso più complessivo, come si fa in Italia in modo autorevole almeno a partire dagli anni settanta, prima da De Mauro e poi da Raffaele Simone, si deve mettere in relazione il cambiamento sociale e dell'assetto dei media con i cambiamenti di carattere cognitivo nell'uso della comunicazione sia orale, sia videoscritta o sia semplicemente scritta. Non si può non tener conto di questi cambiamenti. Come mostrano i linguisti più accorti come Sabatini e Serianni, i corsi di scrittura anche a livello universitario debbono tener conto di queste trasformazioni e di questa varietà della scrittura stessa. Si deve poi porre riparo laddove si presentino punti critici. Questi punti critici, tuttavia, non sono il congiuntivo o gli anglicismi, ma l'incapacità degli studenti di gerarchizzare il pensiero, di passare da uno stile meramente simultaneo e giustappositivo a uno stile più proposizionale. Bisogna insegnare loro che i verbi e le preposizioni devono essere connessi tra loro in un certo modo enfatizzando, per esempio, il discorso delle reggenze verbali e l'importanza della grammatica valenziale, così come saggiamente sta facendo Sabatini da almeno vent'anni. Bisogna poi uscire dall'asfittico insegnamento dell'analisi logica solo come nomenclatura vuota e inutile e, invece, concentrarsi sulle reggenze.

Il suo collega Sobrero in una precedente intervista sul tema ha parlato di "grammatichetta" riferendosi a ciò che spesso viene trasmesso agli studenti.

La grammatichetta che non serve a niente e a nessuno. Il problema dell'appello dei 600 professori è che sembra proprio voler dire torniamo alla grammatichetta. Non ci si rende conto, così, che è proprio la grammatichetta che ha determinato la situazione in cui ci troviamo.

In conclusione, i nostri figli parleranno e scriveranno un italiano peggiore del nostro?

Diverso, ma non necessariamente peggiore. La lingua, a meno che non diventi una lingua morta, cambia sembre. Oltre a parlare un italiano diverso, sicuramente scriveranno un italiano diverso. L'importante, secondo me, è tentare di fornir loro tutti gli strumenti necessari per dominare diversi tipi di italiano. La deprivazione linguistica si ha quando una persona non ha a disposizione tutta la gamma del sistema a cui deve poter attingere. Dall'asilo fino ai dottorati di ricerca bisogna fornire il più ampio spettro possibile e addestrare a tutte le variabili dello spettro.

Grazie per l'intervista, a risentirci.

A presto

© Informalingua

Fabio Rossi è Professore Ordinario di Linguistica italiana all’Università di Messina. I suoi principali interessi di ricerca sono la lingua della musica (trattatistica cinque-secentesca e melodramma ottocentesco), il parlato dei media (specialmente del cinema italiano e doppiato) e l’analisi sintattica e pragmatica dell’italiano parlato. Negli ultimi anni si occupa anche di didattica dell’italiano a stranieri e di ideologie linguistiche. Tra le sue pubblicazioni: Uno sguardo sul caos. Analisi linguistica della Dolce vita con la trascrizione integrale dei dialoghi, Firenze, Le Lettere, 2010; Telecinematic Discourse. Approaches to the Language of Films and Television Series (curato con R. Piazza e M. Bednarek), Amsterdam/New York, John Benjamins, 2011; Scrivere in italiano. Dalla pratica alla teoria, Roma, Carocci, 2013 (con Fabio Ruggiano); La creatività nell’insegnamento dell’italiano per stranieri (a cura di), Firenze, Le Lettere, 2014; Poesia per musica, in Storia dell’italiano scritto, a cura di G. Antonelli, M. Motolese e L. Tomasin, 3 voll., I, Poesia, Roma, Carocci, 2014, pp. 291-322.

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