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Pubblicato in Politica ed economia

Linguisti del GISCEL contro appello dei 600: "elementari e medie ben coperte da indicazioni nazionali su lingua italiana, problema sono scuole superiori e università"

Sabato, 18 Febbraio 2017 15:34 Scritto da 
Alberto Sobrero è il segretario nazionale del GISCEL dal 2014. Precedentemente ha insegnato Linguistica italiane e dialettologia in diversi atenei italiani. Alberto Sobrero è il segretario nazionale del GISCEL dal 2014. Precedentemente ha insegnato Linguistica italiane e dialettologia in diversi atenei italiani. GISCEL

La scorsa settimana il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità ha lanciato un appello sul declino della lingua italiana nelle università firmato da oltre seicento (nel frattempo diventati 673) accademici. Nel loro appello i professori universitari hanno chiesto al governo e al Parlamento di fissare come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti. Il gruppo, inoltre, ha chiesto una revisione delle indicazioni nazionali, l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo, e la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media. Successivamente alla pubblicazione dell'appello il Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica (GISCEL) ha criticato le modalità dell'intervento e risposto punto per punto alle argomentazioni del Gruppo di Firenze. Abbiamo intervistato il professor Alberto Sobrero, che è anche il segretario del GISCEL, di entrare del merito dei problemi sollevati dall'appello.

Professor Sobrero, il declino della lingua italiana evocato dai seicento accademici esiste?

Che vi sia un declino mi sembra la scoperta dell'acqua calda. Nessuno lo mette in dubbio. Lo riscontriamo sia quando abbiamo a che fare con documenti privati che pubblici, o anche quando sentiamo parlare persone alle quali diamo credito di autorità in fatto di lingua e che poi non rispettano i canoni che ci aspetteremmo. L'appello viene da docenti universitari e il problema della lingua all'università è un problema vecchio. Il primo libro sul tema è uscito nel 1991. Si intitolava "La lingua degli studenti universitari" (curata da Cristina Lavinio e da me) e cercava di sensibilizzare gli insegnanti universitari al problema della lingua dei loro allievi, che veniva, così si diceva, "sottovalutato". C'era un problema di accertamento dei prerequisiti al momento dell'ingresso all'università e di addestramento all'uso della lingua per gli scopi specifici della scrittura universitaria. Di scrittura universitaria nessuno se ne occupava e nessuno continua ad occuparsene. Ogni tanto qualche grido di dolore si levava ma nulla di più. Per molti anni, tuttavia, il problema della lingua degli studenti universitari è rimasto un discorso da bar, ricco di aneddoti sugli strafalcioni degli studenti.

Di questi appelli, del resto, ve ne sono stati diversi in passato. Forse è anche la formula dell'appello a non funzionare?

Il problema è che la gestione dei curricula degli studenti universitari è sempre stata fatta tenendo conto degli equilibri tra le materie e non di alcune questioni fondamentali, tra cui il problema degli strumenti attraverso i quali si avvicinano alle materie d'esame. Ci si deve chiedere se gli studenti sappiano leggere, studiare o scrivere. Nessuno si è mai occupato in senso ampio di questi problemi, almeno in termini di grandi numeri. Questo ha fatto sì che anche nei programmi universitari vi sia scarso posto per gli insegnamenti linguistici anche a scopo strumentale, e cioè l'addestramento alla scrittura universitaria. Molto spesso gli studenti scrivono solo quando si occupano della tesi di laurea e questa diventa l'occasione in cui si scoprono le carenze che si sono moltiplicate rispetto a quelle d'ingresso. Il problema ha ovviamente tante radici, ma una importante è quella universitaria.

Lei ribalta, in sostanza, le argomentazioni del Gruppo di Firenze. Il problema non è la scuola e, in particolare, la scuola elementare e la scuola media a non formare adeguatamente i ragazzi, ma è all'università che non si mettono in atto le attività necessarie.

Non è solo una carenza dell'università, esiste infatti un problema anche nella scuola superiore. Le elementari e le medie dispongono di Indicazioni nazionali, quelli che una volta si chiamavano programmi. Queste indicazioni sono molto attente agli insegnamenti linguistici e molto ricche di istruzioni operative per gli insegnanti. Quindi ciò che dicono i 600 nell'appello, e cioè che queste indicazioni andrebbero riviste, mi sembra assurdo. Le indicazioni per scuola elementare e media sono molto ben articolate e stabiliscono delle fasi con le quali si succede l'insegnamento. Il primo ciclo è dunque coperto secondo me abbastanza bene. C'è più che altro un problema di formazione degli insegnanti.

Il problema è sempre la famosa catena di trasmissione?

Indubbiamente. Ma è anche un problema di politiche di investimento sull'aggiornamento degli insegnanti. L'ultima ondata di aggiornamento degli insegnanti sulle tematiche linguistiche è stata fatta con l'emanazione dei programmi del 1983. Si è trattato di una formazione capillare e molti insegnanti hanno effettivamente imparato ad applicare le indicazioni fornite. Da allora questo non è più stato fatto. Stampare buone indicazioni sul sito del MIUR non basta, bisogna renderle operative.
Per le scuole superiori, invece, le indicazioni attuali sono molto carenti. Si fa, in genere, ancora un po' di grammatica italiana nel biennio, ma non si parla più di lingua nel triennio. C'è qualche vago accenno, forse tre righe, ma di possesso e di accertamento del possesso della lingua italiana non si parla più. Si parla, tuttavia, solo e soltanto di letteratura. Questa è una scelta ideologica a mio avviso sbagliata. Si crede che nella letteratura si esaurisca l'italiano e così ovviamente non è.

Questa è una delle questioni centrali a suo giudizio?

Certamente. Non si tratta altro che di una continuazione della centralità della letteratura nelle scienze umane che ci portiamo dietro dai tempi di Benedetto Croce.

Che poi è anche ciò che spesso rende inefficace anche l'insegnamento delle lingue straniere nella scuola italiana?

Esattamente. La scuola dovrebbe dare più importanza al discorso sulla lingua, sulla linguistica e sul possesso della lingua.

Il problema è che molto spesso queste tematiche così ampie vengono identificate dai non specialisti solo con grammatica e ortografia.

Mi preme, a questo proposito, richiamare le dieci tesi sull'educazione linguistica di Tullio de Mauro. In queste tesi, che risalgono al 1975, venivano date indicazioni molto precise. Il possesso della lingua veniva definito come un'abilità molto complessa, che riguarda sì l'acquisizione delle regole fondamentali della lingua, ma che comprende anche la capacità di riflettere sulla lingua e di capirne i meccanismi. Bisogna capire l'innervatura che la lingua ha nella società e che la lingua non è un sistema bloccato, ma un'entità in continua evoluzione. Si deve sviluppare la capacità di ragionare, sintetizzare e analizzare e la si deve applicare alle scienze.

De Mauro in questi giorni è stato citato un po' da tutti.

L'educazione linguistica, come ci ha insegnato De Mauro, è una scienza complessa. Non si tratta semplicemente di trasmettere un sistema chiuso con norme ben precise. La lingua è un sistema in evoluzione. Studenti e insegnanti vanno addestrati a seguire questa evoluzione. De Mauro ha dedicato la vita a questo, e cioè mettere in relazione le teorie linguistiche, che sono in continua evoluzione e sono effettivamente una scienza dura, con il mondo degli insegnanti. Il GISCEL, e cioè il Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica del quale sono segretario nazionale, è nato esattamente con questo scopo. Abbiamo messo insieme chi studia la lingua a livello universitario e il mondo degli insegnanti. In quarant'anni abbiamo fatto oltre una ventina di congressi nazionali e abbiamo prodotto oltre una quarantina di pubblicazioni.

Quindi la vostra risposta all'appello è che voi ci lavorate da decenni al problema? Se però ci sono oltre seicento accademici che firmano un appello forse non vi siete resi abbastanza visibili?

Infatti sono contento di questo appello, perché se non altro consente di portare in primo piano le tematiche di cui ci occupiamo da tempo. Noi da soli non siamo abbastanza forti per comunicare le difficoltà dell'italiano nell'università. Se questo appello riesce a smuovere l'intelletto di chi si occupa di questi problemi ben venga, anzi è utilissimo. Il problema però è il soggettivismo, la percezione basata su dati non reali. Il limitarsi a considerare la grammatichetta il problema centrale. La tesi universitaria una volta era un testo complesso di carattere scientifico che presupponeva la conoscenza di lessici specialistici. Oggi è diventata una piccola esercitazione, che molto spesso si produce con un copia e incolla da Internet. Ciò impedisce, ovviamente, che l'allievo prenda coscienza della complessità della lingua. Anche gli obiettivi delle tesi sono ormai sempre più semplificati. Ma gli obiettivi delle università sono sempre più spesso far lavorare in fretta tanti studenti. Del resto i fondi universitari vengono decurtati se pochi si laureano o si laureano in ritardo. Nell'appello dei 600 si dice che le università stanno organizzando dei corsi di addestramento alla scrittura, ma sono vent'anni che si fanno. Il problema è che spesso si affidano a dottorandi e giovani ricercatori. Questo li mette al livello di una prestazione didattica di serie B, con la quale il docente universitario non si sporca le mani.

Nel vosto comunicato parlate poi anche del problema della lettura, in Italia si legge pochissimo. Se non si investe anche su questo sarà dura.

Siamo ultimi dopo Grecia e Spagna. Il problema della lettura è anche legato a questioni tecnologiche. Leggere è oggi qualcosa di molto diverso anche rispetto a vent'anni fa. I canali della lettura sono cambiati. Ma non sono solo cambiamenti di canale, ma anche di modalità di lettura. Il tempo della riflessione, della meditazione e dell'introiezione non c'è più nel messaggio che leggi velocemente. Queste cose non si risolvono prescrivendo una medicina come quella che può essere il leggere almeno un romanzo al mese. Bisogna intervenire sulle operazioni cognitive che il bambino fa a scuola in modo tale da suscitare in lui uno stimolo ad acquisire informazioni in più. L'insegnante deve a sua volta imparare come sviluppare tali processi. Si tratta di una sfida difficilissima. Se gli insegnanti non vengono accompagnati in questo sforzo sarà dura. Due anni fa abbiamo fatto un sondaggio e abbiamo chiesto quanti insegnanti conoscessero le dieci tesi GISCEL, che sono quel documento al quale alludevo prima. Il risultato è che le conosceva circa il 20 per cento, mentre diceva di applicarle solo il 10 per cento.

Viviamo tempi in cui è molto diffusa l'idea del declino culturale ed economico del nostro paese. C'è il rischio però che quando si parla di lingua la sua stessa evoluzione sia percepita come declino. Negli anni ottanta non c'era la crisi economica e si parlava comunque di una lingua in declino. Nella lingua qual'è il discrimine tra declino reale e declino percepito?

È la stessa differenza che c'é tra grammatica e riflessione sulla lingua, facendo ovviamente le dovute proporzioni. Siamo agli stessi livelli di Grecia e Spagna non solo in tema di lettura ma anche in ambito economico. Il declino culturale dell'Italia è assolutamente innegabile. Il problema sta, per quanto riguarda la lingua, nella dimensione unicamente normativa in cui spesso questa viene percepita. I programmi stessi prevedono ormai invece un addestramento a riconoscere la pluralità di registri, stili e linguaggi specialistici. Il repertorio linguistico della nostra società è stratificato su diversi piani. Possedere e avere chiara questa varietà e il suo ancoraggio a situazioni comunicative reali è centrale nell'educazione linguistica moderna. Questa percezione del declino della lingua è legata proprio a questo fatto che non riusciamo a scostarci dalla diagnosi di distanza dal modello, mentre c'è anche una dimensione che riguarda la produzione linguistica dei ragazzi, che attesta il fatto che hanno un approccio molto più vicino al parlato che si discosta molto dalla prosa ingessata delle generazioni precedenti. I ragazzi, però, si devono rendere conto di questo processo di evoluzione della lingua. I ragazzi devono imparare a scegliere le varianti giuste a seconda della situazione linguistica in cui si trovano. Insegnare questo è oggettivamente più difficile che insegnare la regoletta e farla ripetere.

Secondo lei l'appello dei 600 ci riporta un po' al dogmatismo del passato?

Nel documento si conclude mettendo gli insegnanti gli uni contro gli altri. Le competenze in uscita dalle elementari devono essere controllate da quelli delle medie e quelle in uscita dalle medie dagli insegnanti delle scuole superiori e così via. Questa è una cosa che non aiuta l'efficienza della macchina. E poi la scuola elementare italiana riesce a formare meglio delle scuole superiori. Sono dati internazionali a dirlo. Ci sono paesi europei con scuole elementari molto più disastrate delle nostre.

Grazie per l'intervista, a risentirci.

A presto

© Informalingua

Alberto Sobrero si è laureato in Lettere a Torino. Ha insegnato per qualche anno nel biennio delle superiori, poi all'Università di Lecce: prima come incaricato di Storia della lingua italiana, poi - dal 1975 - come ordinario di Dialettologia italiana e successivamente di Linguistica italiana e di Lingua italiana. E' stato Rettore dell'Università di Lecce. In pensione dal 2011.
Ha scritto saggi e volumi soprattutto nei settori della dialettologia, della linguistica italiana, dell'educazione linguistica. Segnaliamo, tra i più adottati,  il volume - a più voci - Introduzione all'italiano contemporaneo (2 voll., ultima edzione 2016) e Introduzione alla linguistica italiana (con Annarita Miglietta, 2006) entrambi per le edizioni Laterza. Autore di grammatiche scolastiche (SEI, Laterza), è stato Segretario nazionale GISCEL nel 1982-84 e nuovamente dal 2014 sino ad ora. 

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