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Pubblicato in Politica ed economia

Toponomastica in Alto Adige: nomi italiani meno "storici" di quelli tedeschi? Risponde il linguista Fabio Ruggiano

Lunedì, 16 Gennaio 2017 17:06 Scritto da 
Toponomastica in Alto Adige: nomi italiani meno "storici" di quelli tedeschi? Risponde il linguista Fabio Ruggiano Wikimedia Commons

Provincia di Bolzano e Regione Veneto, pur con le dovute differenze, hanno recentemente proposto nuove normative linguistiche che intendono modificare, tra le altre cose, le rispettive toponomastiche. Si tratta di normative che mettono a rischio la lingua italiana in questi territori o invece solo di valorizzazione di lingue minoritarie e dialetti?
Abbiamo chiesto al professore di linguistica italiana dell'Università di Messina Fabio Ruggiano di analizzare entrambe le proposte e di valutarne l'effettiva applicabilità.

Professor Ruggiano, la Provincia di Bolzano sta pensando a una normativa che possa cancellare la toponomastica italiana dal territtorio, cosa ne pensa?

Penso che questa normativa non passerà, perché la Legge costituzionale 670 del 1972 rende questo passaggio impossibile. La Corte costituzionale interverrebbe nel caso questa norma dovesse passare a livello locale. Il bilinguismo della toponomastica altoatesina è stato stabilito da leggi che hanno valore costituzionale e non vedo come questo ostacolo possa essere aggirato.

Entriamo nel merito della norma proposta dall'amministrazione della Provincia di Bolzano. La nuova norma, se passasse, imporrebbe di non utilizzare più le due denominazioni ufficiali, quella tedesca e italiana, ma solo quella tedesca. A detta dei promotori dell'iniziativa, si tratterebbe di utilizzare solo i nomi storici e cioè quelli tedeschi. Non tutti i nomi italiani della toponomastica altoatesina hanno carattere storico?

Dobbiamo capire cosa si intende per storico. La maggior parte dei nomi italiani ha già circa 100 anni.

Cento anni non bastano a conferire il carattere di storico?

Difficile rispondere a questa domanda. Per questo motivo penso sia megli rifarsi alla Costituzione italiana per risolvere la questione. Abbiano appena visto con il referendum del 4 dicembre come sia difficile modificare la Costituzione. Tolomei ha formato quasi tutti i toponimi italiani dell'Alto Adige alla fine dell'Ottocento, basandosi su solidi criteri storico-comparativi, quando non addirittura su nomi già circolanti. Tolomei era soprattutto un irredentista e nazionalista; e non era un pazzo isolato, ma esprimeva le convizioni di molti italiani. Ancora oggi, tuttavia, aleggia il mito che la toponomastica italiana in questo territorio sia stata un’idea del regime fascista. Le idee di Tolomei erano precedenti al fascismo: la dittatura di Mussolini le ha sfruttate per tentare di imporre l’italiano a tutti i costi in un territorio che non si sentiva pienamente italiano. Gli interventi normativi messi in atto alla fine della Seconda guerra mondiale hanno riportato la situazione a un equilibrio che ha resistito fino ad alcuni anni fa. Questo equilibrio era considerato da tutte le parti accettabile e conveniente. Le leggi del dopoguerra sostengono, in sostanza, che il bilinguismo è paritario e che entrambe le lingue hanno pari dignità anche nella toponomastica. Se ci mettiamo a pontificare su quali nomi siano più antichi prendiamo una strada pericolosa. Qualcuno, ad esempio, potrebbe risalire ai nomi dell'Impero romano.

Alla fine si tratta più di una questione politica che scientifica.

Come ci ricorda Gramsci, la questione della lingua è sempre una questione politica. Si tratta del sintomo di un assestamento politico, di un nuovo ordine politico che tenta di imporsi su quello precedente. Anche dietro la proposta dell'amministrazione altoatesina è facile vedere questo tentativo. Secondo me, poi, più che una questione politica è una questione economica. Si tratta di avvicinarsi di più all'economia tedesca, che è in questo momento vincente e abbandonare l'economia italiana, che in questo momento storico è più debole. In questo momento si vuole mettere di più l'accento sulle radici tedesche. Cinquant'anni fa l'Italia era più forte e nessuno ci avrebbe mai pensato.

Questa stessa amministrazione della Provincia di Bolzano aveva poi fatto molti passi in avanti sul plurilinguismo e sulla valorizzazione dell'italiano nel sistema scolastico.

Probabilmente nella scuola gli opportunismi politici ancora non hanno trovato sponde. Le rivendicazioni politico-culturali della parte tedesca, tuttavia, hanno una base onesta nella società. C'è sicuramente una parte della società altoatesina che si sente non italiana. Il problema è che quando questo sentimento, che è salvaguardato dal bilinguismo, trova una sponda politica opportunistica vengono fuori queste proposte discutibili e anche un po' anacronistiche.

C'è l'antropologo Annibale Salsa che ha difeso la proposta e che ha detto che una normativa simile è in vigore in Valle d'Aosta, dove ci sono quasi solo nomi in francese.

Ma in Valle d'Aosta i nomi sono stati riportati all'origine francofona nel 1946. Non si tratta della stessa situazione: la Valle d'Aosta ha fatto parte delle terre dei Savoia dal Medioevo ed è entrata fin da subito nel Regno d’Italia. Le pulsioni separatistiche in questo territorio sono quasi inesistenti. In Valle d'Aosta, poi, l’italianizzazione fascista della toponomastica era stata più pretestuosa: non c'era alla base lo studio che c'era stato alla base di quello dell'Alto Adige.

Le nuove generazioni anche in Alto Adige sembrano meno interessate a queste diatribe nazionalistiche e sono più attratte dal plurilinguismo. La regione è poi anche trilingue se consideriamo anche il ladino. Si tratta indubbiamente di una ricchezza. Possibile che la politica non se ne renda conto?

Per non parlare di quanti parlano italiano con inflessioni calabresi o campane. Non mi sorprende che la politica non capisca il valore del multilinguismo. La politica ha come obiettivi il mantenimento o l'instaurazione del potere. La cultura è sempre strumentalizzata per obiettivi che hanno a che fare con il potere. Detto questo, sono d'accordo con lei, i territori bilingui hanno quasi sempre una marcia in più anche sul piano economico e culturale. È chiaro a tutti che la toponomastica non è il problema.

La toponomastica è però una struttura profonda di un territorio.

Questo è certo. Ma se i nomi italiani esistono da cento anni ci sono già varie generazioni che li hanno percepiti come parte di questa struttura profonda. Come mai adesso viene fuori che non va più bene? Si tratta, lo ripeto, di un grimaldello.

In Catalogna la cartellonistica stradale in spagnolo è stata quasi completamente eliminata e molte persone contestano le multe sulla base del fatto che non possono capire il catalano, si potrebbe avere una situazione simile anche in Alto Adige?

I paragoni con altre regioni bilingui sono sempre rischiosi: come abbiamo visto con la Valle d'Aosta, bisogna considerare ragioni storiche, sociali e culturali specifiche. Situazioni che sembrano uguali risultano, invece, molto diverse.

A questo punto è doveroso un paragone con il Veneto, dove è stata recentemente introdotta una nuova normativa linguistica. Il dialetto veneto sarà insegnato nelle scuole e ci sarà una doppia cartellonistica stradale. C'è anche l'idea che i funzionari pubblici siano veneti. Anche in questo caso diversi costituzionalisti hanno detto che difficilmente tale normativa potrà resistere.

Il progetto di legge statale sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche elaborato dal Consiglio regionale veneto a maggio del 2016 si basa sull’affermazione che esista una lingua veneta. Ora, è vero che una lingua esiste se un centro di potere stabilisce che esiste, ma più che una lingua, il veneto è un insieme variegato di lingue (o dialetti) e anche i linguisti riescono con grande fatica a ricostruire la situzione con esattezza. Iniziamo dall'insegnamento del veneto nelle scuole. Quale lingua veneta si insegnerà? Coloro che hanno fatto questa proposta ovviamente non scendono nel dettaglio per spiegare cosa intendono per lingua veneta. La lingua veneta, come le altre lingue regionali, è una semplificazione difficile da rintracciare nella realtà. Tutto il castello costruito dal Consiglio regionale cade di fronte a questo semplice dato di fatto. La questione dei dialetti, o delle lingue, del Veneto è talmente complessa che non vale neanche la pena affrontarla in questi termini. Perché mai a Padova si dovrebbe insegnare a scuola un dialetto che immagino debba essere di base veneziana? Oppure ogni singolo territorio insegnerà la propria varietà dialettale? Mi sembra una soluzione complicata e di scarso respiro.
Mi debbo ripetere ancora, ma anche in questo caso alla politica della lingua interessa poco, ci sono in gioco altri interessi come autonomia e federalismo con la prospettiva della separazione dall'Italia. Le questioni anche nel caso del Veneto sono soprattutto di natura economica.
Vorrei, però, aggiungere che sono favorevole alla tutela dei dialetti locali, anche in maniera ufficiale, ma non nelle ore scolastiche curricolari. Da insegnante so che il tempo passato dagli studenti a scuola è pochissimo e bisogna sfruttarlo al meglio: destinare ore allo studio del dialetto locale togliendole magari ad altre lingue non sarebbe un vantaggio, perché i dialetti non garantiscono un miglioramento delle potenzialità comunicative dei ragazzi rispetto alle altre lingue (e non continuiamo a dire che il dialetto sia la lingua madre dei ragazzi: già quasi tutti i trentenni di oggi hanno come lingua madre l’italiano, figuriamoci i più giovani). Un’idea più funzionale, secondo me, sarebbe che le regioni, i comuni, le singole scuole finanziassero progetti formativi integrativi, magari con l’ausilio dei pochi parlanti nativi dei dialetti ancora rimasti, in un’ottica intergenerazionale.

Quali sono le differenze tra Alto Adige e Veneto?

In Alto Adige esiste una base sociale onesta per rivendicazioni di carattere linguistico. Non vedo tuttavia ragioni sufficienti perché questo territorio possa eliminare la componente italiana dalla toponomastica. Per il Veneto sono invece sicuro che la proposta sia un'invenzione politica e che operi una semplificazione grossolana.

Un po' come per la Padania, concetto geografico e culturale uscito dai radar almeno da dieci anni?

Questa proposta sembra figlia di quella concezione e, cioè, di una concezione fantastorica, fantageografica e fantapolitica.

Grazie per l'intervista, a presto.

A risentirci.

© Informalingua
Fabio Ruggiano è ricercatore a tempo determinato nel settore disciplinare L-Fil-Let/12 (Linguistica italiana) all'università di Messina. Insieme a Fabio Rossi cura la pagina DICO - dubbi sull'italiano consulenza on line (unime.it/dico). Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in Studi linguistici italiani all'università di Messina, ha insegnato come professore a contratto Storia della lingua italiana e Glottodidattica all'università di Messina, Linguistica e glottodidattica all'università Garyounis di Bengasi (Libia) e latino e italiano alla VCU - Virginia Commonwealth University di Richmond (Virginia). I suoi interessi di ricerca toccano aspetti dell'italiano contemporaneo (linguaggio giovanile, istituzionale e legislativo, meccanismi del comico, comunicazione sui social network) e della storia dell'italiano (la questione della lingua, il genere del rimaneggiamento del teatro spagnolo nel Seicento, il genere della cicalata).

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