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Pubblicato in Didattica

Il Governo Renzi annuncia piano per formazione e lingue da 325 milioni di euro. Sarà sufficiente per migliorare il livello dell'insegnamento linguistico nella scuola? Risponde la specialista di glottodidattica Stefania Cavagnoli

Giovedì, 27 Ottobre 2016 08:48 Scritto da 
Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Università di Roma Tor Vergata

Il governo Renzi ha annunciato lo scorso 3 ottobre un piano per la formazione obbligatoria dei docenti della scuola che prevede un investimento di circa 325 milioni di euro. Secondo quanto comunica il Miur, alle risorse annunciate si aggiungono gli 1,1 miliardi della Carta del docente, per un totale di 1,4 miliardi stanziati nel periodo 2016/2019 per l’aggiornamento e lo sviluppo professionale del corpo insegnante.
Il piano ha tra le sue priorità la formazione linguistica e prevede, tra le altre cose, l’innalzamento del livello di competenza linguistica degli insegnanti e percorsi sulla metodologia CLIL. Gli insegnanti coinvolti nella formazione linguistica saranno circa 130mila, mentre quelli che il piano intende formare complessivamente nei prossimi tre anni sono 750mila.
Abbiamo chiesto a Stefania Cavagnoli, professoressa di glottodidattica dell'Università di Roma Tor Vergata, di valutare cifre e obiettivi del piano e di analizzare gli aspetti relativi alla formazione linguistica.

Professoressa Cavagnoli, il governo Renzi ha annunciato un piano ambizioso per la formazione dei docenti che vede tra le sue priorità la formazione linguistica. L'investimento complessivo è di 325 milioni di euro per i prossimi tre anni. Come lo giudica complessivamente?

Lo valuto bene. Finalmente c'è un approccio sistematico alla formazione.

Finalmente c'è l'obbligo della formazione?

Lo ripeto a me interessa più l'aspetto sistematico che l'aspetto dell'obbligatorietà. Le parole chiave del piano sono sistema e sviluppo. Si costruisce a livello microstrutturale e macrostrutturale. La cosa che mi piace di più è il discorso delle priorità, perché uno dei problemi dei sistemi è che di solito ci viene messo dentro di tutto. In questo piano c'è molto, però sono state indicate delle priorità legate sia a esigenze nazionali che a temi di interesse per il sistema scuola a livello territoriale e nazionale. Il piano parla anche espressamente di qualità e innovazione continua. Un punto che è poi fondamentale per le scuole è quello della documentazione. Finora molti partecipanti ai corsi di aggiornamento avevano vantaggi per se stessi o per la loro scuola, ma non restava traccia della loro formazione. La documentazione serve per condividere quanto appreso nella formazione con altri insegnanti. Il fatto che ogni insegnante avrà il suo percorso corredato da una documentazione serve all'insegnante ma anche al sistema. Aggiungo che a me il piano piace anche perché è stato scritto in modo molto chiaro rispetto al passato.

Come giudica numeri e obiettivi del piano?

Il fatto che finalmente si investano cifre notevoli in scuola e formazione per me è positivo. Poi ci sarà sempre qualcuno che dirà che è troppo poco. Va sottolineato che 325 milioni di euro in tre anni non sono affatto pochi. Certo poi andrà valutato il raggiungimento degli obiettivi e si dovrà vedere se il governo sarà capace di passare dalle parole ai fatti.

Andrà anche capito quali enti svolgeranno questa formazione, una questione non da poco.

Nella griglia finale dove si parla di chi fa cosa la situazione resta molto aperta. Bisogna comunque accreditarsi. Si parla di università ed enti regionali. Credo che per quanto riguarda la formazione linguistica un ruolo di primo piano sarà svolto dalle università. Si parla anche di conseguimento delle certificazioni linguistiche. Il problema si pone meno per gli insegnanti di recente formazione, che in genere tendono a conseguire questo tipo di certificazione, almeno per il livello B1 o B2. L'intervento del piano sulle competenze linguistiche in lingua straniera è, secondo me, quello decisivo, sia per chi insegna lingue che per chi insegna altre materie. L'obiettivo delle nostre scuole dovrebbe essere quello che tante altre scuole straniere hanno già raggiunto, e cioè avere docenti che insegnano matematica ma che hanno anche una competenza linguistica in lingua straniera e principalmente in lingua inglese almeno a un livello B1 o B2.

La priorità riservata all'inglese è vista da molti come una ritirata dell'italiano o come una prevaricazione verso altre lingue come spagnolo, francese o tedesco.

Il piano rappresenta indubbiamente un incentivo all'apprendimento o al miglioramento delle competenze in lingua inglese. Possiamo pensarla come vogliamo, ma l'inglese resta imprescindibile. L'alfabetizzazione dell'inglese deve avvenire con il percorso scolastico. Dovremmo uscire tutti dall'ultimo anno di scuole superiori con almeno un livello B2. Ciò non vuol dire affatto che non si debbano imparare altre lingue a scuola. Nel piano c'è un chiaro riferimento anche alle altre lingue. Per quel che riguarda la presunta ritirata dell'italiano, mi dispiace ma non vedo nessun pericolo di questo tipo. Penso che imparare più lingue migliori tutte le lingue anche quella materna. Che vi sia un discorso di riduzione di ore di italiano è vero, ma non vuol dire che per questo diminuisca la competenza della lingua italiana. Se consideriamo i plurilingui, questi parlano benissimo non solo le lingue straniere ma anche la loro lingua materna. Quello che va cambiato è la didattica. Non si può pensare di continuare a insegnare italiano soltanto attraverso la storia della letteratura, che poi non è nemmeno la letteratura. Bisogna anche qui trovare dei contenuti essenziali e lavorare per competenze. Il piano del governo parla apertamente di lavoro per competenze. Per l'italiano si dovrebbe curare di più l'aspetto linguistico attraverso un vero studio dei testi.

Grazie a questo approccio per competenze la scuola italiana riuscirà ad essere capace di insegnare le lingue?

Queste proposte di modifica vengono dall'alto servono soprattutto a cambiare il modo di insegnare. Noi non possiamo più insegnare come è stato insegnato a noi. Penso alla mia esperienza. Quando mi sono trasferita in Germania durante il mio percorso formativo universitario avevo un mare di conoscenze sulla letteratura italiana rispetto ai miei compagni e compagne di corso; il loro approccio nello studio della letteratura italiana però era esclusivamente per competenze, più puntuale. Avevano gli strumenti per cercare da soli le nozioni utili ai compiti assegnati. Non rinnego affatto le conoscenze acquisite, dico però che oggi le conoscenze si trovano in modo differenziato. Io ho imparato a memoria la data di morte e di nascita di Manzoni, i miei figli no, e forse non ne hanno l'esigenza. Va insegnato il pensiero critico alla letteratura, alla storia, alle discipline. Lo stesso problema lo abbiamo con la matematica. Perché la didattica della matematica è in sofferenza in Italia? Perché in molti casi è rimasta una didattica basata su conoscenze. In Germania, ad esempio, è diventata molto più operativa.

Come giudica il piano per quanto riguarda la formazione di didattica delle lingue? Non manca un riferimento esplicito alla glottodidattica?

Il piano parla espressamente di autonomia organizzativa e didattica curricolare e di didattica per competenze e innovazione metodologica. Per me qui si parla anche di glottodidattica.

Mancano però obiettivi chiari e numeri.

Tra le azioni formative previste si parla anche chiaramente di percorsi di formazione linguistica e metodologica. Il target sono formatori, tutor, docenti della scuola dell'infanzia, della scuola primaria, docenti di disciplina. Il piano a me sembra completo, bisogna sempre vedere poi come verrà implementato. Gli obiettivi generali sono molto ambiziosi.

Il piano sarà un antidoto alla lezione di lingua frontale? Ci saranno ricadute in termini quantitativi?

Me lo auguro. Diciamo che c'è un collegamento tra la formazione iniziale e quindi dei giovani insegnanti, che forse sono quelli che più di altri potranno modificare la situazione, e la formazione in servizio. Sono ottimista ma penso anche che forse ci vorrà almeno un ricambio generazionale. I giovani che entrano oggi a scuola hanno sicuramente sentito parlare di glottodidattica, mentre le insegnanti e gli insegnanti della mia generazione un po' meno.

In questo senso possiamo dire che la politica la sua parte l'ha fatta. Le linee-guida del Miur degli ultimi anni sono molto chiare, anche questo piano dice chiaramente qual è la direzione da seguire nell'insegnamento linguistico. Sulla carta non vi è ormai più nulla che dica che una lezione frontale sia ammissibile.

Forse le università dovrebbero lavorare un po' di più in questo senso. Le università dovrebbero innovarsi di più e migliorare la didattica pre-professionale.

Nella scuola però a questo punto la palla passa agli insegnanti, soprattutto a quelli che si sono formati in glottodidattica.

A questo proposito una strada da percorrere è quello del lavoro di gruppo. Gli insegnanti esperti possono in qualche modo formare o aiutare quelli meno esperti. Le competenze si possono scambiare. Oggi molti bambini lavorano con un approccio cooperativo, non vedo perché non possano farlo anche gli insegnanti. Nelle sperimentazioni che ho condotto ho potuto verificare che la cosa che funziona meglio è proprio il lavoro di gruppo. Quando si lavora insieme la didattica deve cambiare per forza.

Il suo giudizio sul piano del governo mi sembra sostanzialmente positivo. Devo però farle una domanda sui tempi. Possibile che sia arrivato solo nell'ottobre del 2016? Un piano simile non si sarebbe potuto introdurre già dieci o quindici anni fa?

Senza entrare in un dibattito meramente politico. Nei due decenni precedenti gli investimenti nella scuola sono stati minimi e l'istruzione ha visto solo tagli. Nel caso di questo piano non ho nessun interesse a stare da una parte o dall'altra degli schieramenti politici. Si tratta, tuttavia, del primo vero investimento serio nella scuola degli ultimi vent'anni. Risentiamoci però magari tra tre anni, sarò lieta di verificare che gli ambiziosi obiettivi del piano siano stati raggiunti. Nel piano, tuttavia, sono previste anche forme di monitoraggio. Poi vedremo anche come questo sarà realizzato.

Grazie per l'intervista. A risentirci.

A presto.

© Informalingua

Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata, dove insegna linguistica applicata e glottodidattica. E’ delegata del rettore per il Centro linguistico di Ateneo, che dirige. Si occupa da anni di educazione al plurilinguismo e di didattica della comunicazione specialistica (con particolare riferimento al linguaggio giuridico in dimensione interlinguistica italiano-tedesco). E’ consulente scientifica di diversi progetti CLIL nelle scuole del Trentino Alto Adige. Le sue principali pubblicazioni sono Educare al plurilinguismo, Franco Angeli, 2011, Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile, Edizioni dell’Orso 2013, oltre a saggi in volumi e riviste nazionali e internazionali.
Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata.

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