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Pubblicato in Didattica

La scuola italiana riesce a insegnare le lingue? Risponde lo specialista di glottodidattica Carlos Melero della Ca' Foscari di Venezia

Lunedì, 23 Maggio 2016 07:05 Scritto da 
Carlos Melero Carlos Melero Università Ca' Foscari di Venezia

La ricerca scientifica sulla didattica delle lingue ha raggiunto in Italia ottimi livelli. La disseminazione dei risultati della ricerca nel sistema scolastico, tuttavia, non sembra ancora aver raggiunto una dimensione accettabile e la scuola italiana mostra di recepire con molta lentezza gli approcci e gli strumenti didattici suggeriti dal mondo scientifico, che indica da almeno due decenni una strada ben diversa da quella percorsa in passato. Abbiamo chiesto al professor Carlos Melero dell'Università Ca' Foscari, che ha recentemente pubblicato il volume "Le lingue in Italia, le lingue in Europa: dove siamo, dove andiamo", di analizzare la questione e di fare un confronto con la situazione di altri paesi europei.

Professor Melero, persiste ancora oggi una convinzione diffusa che la scuola italiana non sia in grado insegnare le lingue. Ciò secondo lei è vero?

Dipende. La domanda non è semplice. Che la scuola non possa insegnare le lingue secondo me non è vero. Che in alcuni casi ci provi e non ci riesca, invece, è possibile. Bisogna capire cosa intendiamo per insegnare e sapere una lingua. Forse l'idea che ha il MIUR non è la stessa che hanno i genitori o la stessa del glottodidatta e degli insegnanti. Quando qualcuno valuta ciò che ha fatto un altro dice magari che questo la lingua non la sa perché la sua idea di lingua non concide con quella dell'altro.

Qual è l'idea giusta, quella del glottodidatta?

Tutte possono essere giuste. Io ovviamente sono più d'accordo con quella del glottodidatta e in particolare con quella della scuola veneziana. Ma tutte le idee di lingua in questo contesto hanno la loro dignità e un fondo di verità. Diciamo pure che la scuola italiana ha diversi problemi. Gli studenti cominciano in alcuni casi a studiare inglese, ad esempio, già dalla scuola dell'infanzia e poi, terminate le scuole superiori, si arriva all'università e magari non si riesce a superare un esame di B2. È chiaro che c'è un problema.

Se uno pensa al numero enorme di ore di lezione di lingua straniera che si hanno a disposizione dalle scuole elementari fino alla fine della scuola superiore, è indubbio che si tratta di un potenziale notevole che, se sfruttato adeguatamente con strumenti e approcci raccomandati dalla ricerca scientifica, porterebbe a risultati del tutto differenti.

Ci sono diversi fattori che entrano in gioco. Primo bisogna vedere per cosa i docenti preparano gli studenti. Poi bisogna vedere cosa viene testato all'università. Se queste due cose coincidono e gli studenti non passano la prova, allora abbiamo un grosso problema. Bisogna verificare se effettivamente le due cose coincidano. C'è poi un problema di comprensione dei livelli del quadro comune europeo. Se ne parla come se si trattasse di livelli che tutti conosciamo, ma questi livelli possono essere poi interpretati in modo diverso. Magari l'università non ti chiede un B2 ma una serie di cose simili al B2.

Il Quadro Comune Europeo però è molto chiaro, così come lo sono gli indicatori dei livelli. In teoria non dovrebbe esserci lo spazio per diverse interpretazioni.

Non mi riferisco all'interpretazione del quadro in sé. Provo a spiegarmi. All'università di Venezia per lo spagnolo si deve uscire almeno con un C1. Però poi dopo l'università oltre questo C1, che è molto chiaro, si inseriscono diverse altre questioni che nel quadro non ci sono come la linguistica e il codice in sè. Diciamo che si tratta di qualcosa che è equivalente a un C1 ma che un C1 non è.

La scuola ormai dovrebbe avere adottato il quadro comune europeo. Questo però si scontra con il fatto che approccio grammaticale-traduttivo e lezioni frontali sono ancora molto presenti nel sistema scolastico italiano.

Purtroppo è come dice lei.

La percezione diffusa è che la scuola riesca a fare solo questo tipo di lezione, ci sono invece migliaia di insegnanti che da molti anni adottano metodologie in linea con la ricerca. Esistono dei numeri che ci possano dire quanto alta sia la percentuale di lezione frontale nell'insegnamento linguistico in Italia oggi?

È difficile arrivare a disporre di numeri simili. Per poterli avere bisogna avere le risorse e il tempo. Soprattutto bisogna avere le risorse economiche non tanto per fare un questionario ai docenti e agli studenti ma per andare a osservare direttamente ciò che si fa in classe.

Anche perché nel questionario probabilmente molti insegnanti diranno di adottare strumenti e metodologie di tipo comunicativo, salvo poi continuare a fare la classica lezione frontale.

La triangolazione dei dati è ovviamente fondamentale.

Un monitoraggio di questo tipo però avrebbe il vantaggio di individuare le aree virtuose e permetterebbe di capire che non tutto è da buttare e che, anzi, la percezione diffusa probabilmente non è al passo con i tempi?

Mi muovo in tutta Italia per fare formazione ai docenti. Formiamo docenti su come fare educazione linguistica a studenti con bisogni linguistici specifici. Vediamo la realtà della scuola italiana e la tocchiamo con mano. Nella scuola di oggi c'è un po' di tutto. La quantità di docenti è altissima. Ci sono docenti che si sono aggiornati poco e docenti aggiornatissimi che fanno lezioni di altissimo livello. Non saprei però quantificarli in termini di percentuali. Se siamo ottimisti possiamo dire che un cinquanta per cento degli insegnanti di lingua della scuola italiana ha già intrapreso percorsi virtuosi. Tutti quelli che si sono poi formati a partire dal duemila hanno poi avuto indubbiamente vantaggi. Non ci sono stati tuttavia molti ingressi di ruolo nelle scuole italiane nell'ultimo decennio e questo è indubbiamente un ostacolo. Come si dice in spagnolo "Las cosas de palacio van despacio". Ci si mette molto tempo a introdurre cambiamenti in un ente così grande come la scuola italiana. I docenti coinvolti sono veramente tanti. La formazione poi richiede tempo e risorse.

Sicuramente il contesto è in evoluzione verso un miglioramento. Tuttavia, il persistere di un insegnamento di tipo frontale, oltre ad essere un problema in termini di efficacia, è un problema proprio perché continua a creare confusione. Ci sono oggi moltissimi italiani magari non più giovanissimi che pensano di non essere riusciti a imparare l'inglese perché non dotati per l'apprendimento linguistico, quando in realtà è stata la scuola ad aver in qualche modo fallito.

È un problema urgente ed è un problema da risolvere. Privare una persona dell'educazione linguistica e dell'apprendimento delle lingue straniere eticamente non è accettabile. Prima però bisogna cercare di conoscere bene le dimensioni del fenomeno e conoscerlo a fondo. Un esempio chiaro a questo proposito ce lo fornisce come viene insegnanto l'inglese nelle scuole dell'infanzia. La ricerca scientifica ha dimostrato che bisogna avere un approccio verso la coscienza fonologica e i suoni della lingua. Se poi andiamo a vedere come viene fatto l'insegnamento, ci accorgiamo che spesso questo può essere affidato a chi ha un B1 di inglese. Quale approccio fonologico potrà mai adottare che ha appena un B1? È ovvio che non si tratta di dare la colpa agli insegnanti, che pure spesso ci mettono buona volontà e impegno. A volte si criticano i docenti senza tenere in conto la realtà in cui operano. Una situazione così certamente non è facile da risolvere.

Esistono poi però anche quegli insegnanti, forse non più tantissimi, che continuano a portare avanti un tipo di lezione frontale non per pigrizia quanto perché ne rivendicano consapevolmente una sorta di prestigio, che si riflette poi anche spesso nelle aspettative di studenti e genitori. Questi insegnanti hanno oggi una letteratura scientifica a sostegno di questa impostazione?

Nessuno mette in discussione la legittimità della scelta di un approccio piuttosto che di un altro. Se penso agli approcci per l'insegnamento delle lingue classiche, ad esempio, esistono ad oggi nuove impostazioni e, tuttavia, in Italia così come in altri paesi europei hanno preso poco piede. Si tratta di capire l'idea di lingua che c'è alla base del sistema scolastico. Finché non cambia l'idea di lingua, metodologie nuove difficilmente potranno essere adottate.

Si tratta quindi anche di un problema culturale che è riconducibile alle nostre radici greco-latine? L'idea che si possa imparare solo con fatica e sudore, idea anche giusta per carità che toglie però molto al piacere di imparare, all'apprendimento come gioco e divertimento.

È un problema non solo italiano. L'Europa, tuttavia, è probabilmente più avanti di altre aree del mondo nell'insegnamento linguistico, anche rispetto agli Stati Uniti. È giusto portare avanti critiche, ma i margini di miglioramento sono enormi e questo ci fa ben sperare. Non siamo messi così male come la percezione diffusa ci può far credere. Un altro problema che mi interessa mettere a fuoco è che quando si parla di lingue straniere spesso in Italia si fa implicitamente riferimento all'inglese. Lingue straniere per me non significa solo inglese. Quest'idea non aiuta molto a migliorare la situazione. Così si lascia da parte l'idea dell'educazione linguistica, che è un concetto tutto italiano che stiamo anche esportando e che stiamo lasciando da parte per colpa di questa equazione tra lingua inglese e lingua straniera.

Quest'idea porta anche con sé un altro mostro e cioè il senso di colpa di non sapere l'inglese.

Effetivamente qui in Italia esiste anche questo problema. Uno magari può sapere diverse lingue ma se non sai l'inglese questo viene visto come un problema. Anche nella comunità scientifica oggi se non pubblichi in inglese vieni visto male.

Ci sono paesi europei che sono oggi all'avanguardia nell'insegnamento linguistico?

È sempre molto difficile fare un confronto tra realtà diverse. Parliamo troppo spesso di Europa come se si trattasse di un'unica entità, in realtà quello che facciamo anche vedere nel nostro libro è che non si tratta affatto di qualcosa di omogeneo. L'Italia è sicuramente molto avanti nella ricerca sulla didattica delle lingue. Portare poi questo all'interno del sistema scolastico è sicuramente la sfida di oggi. Comunque ogni paese europeo ha i suoi punti positivi e negativi.

C'è un paese europeo che è riuscito a disseminare meglio i risultati della ricerca e a creare una forte catena di trasmissione tra mondo accademico e insegnanti?

Non mi sbilancerei più di tanto su questa questione. Le differenze sono molto grandi tra paese e paese e un confronto immediato non è sempre possibile. Faccio un esempio, in Italia abbiamo la piena inclusività, quindi una classe può accogliere un ragazzo con un ritardo cognitivo o con disturbi specifici dell'apprendimento (DSA) e ll docente deve fare lezione in questo contesto. Il tipo di didattica e aggiornamento richiesto deve essere ovviamente diverso rispetto a quello di altri paesi dove invece questi ragazzi spesso si trovano in classi o scuole speciali. Fare un confronto tenendo in conto questi diversi modelli è pressoché impossibile. Questo è un problema anche per la ricerca. Io, ad esempio, mi occupo principalmente di bisogni educativi speciali (BES) e posso assicurare che ogni paese ha la sua concezione di come questi vadano gestiti.

Quindi il quadro complessivo dell'Italia non è in fondo così sconfortante?

Secondo me no. C'è sicuramente molto da migliorare. Dobbiamo lavorare ancora moltissimo su disseminazione e altri aspetti. Dobbiamo partire dal presupposto che l'italiano non è una lingua internazionale. Si tratta di una lingua di cultura e gli italiani hanno bisogno di imparare le lingue straniere. L'Italia deve lavorare ancora molto su come migliorare l'insegnamento delle lingue senza buttare via quello che già ha. In giro per l'Italia ci sono miriadi di progetti ed esperienze interessanti.

I grandi centri accademici italiani specializzati nella didattica delle lingue stanno cooperando sulla questione della disseminazione? Se un gruppo di istituzioni si muovesse compatto in azioni di disseminazione anziché un singolo ateneo o professore, forse anche la refrattarietà di parte degli insegnanti a nuovi approcci sarebbe di minore entità.

Un lavoro in questo senso già c'è. C'è un'associazione, la  Società di Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa (DILLE), in cui confluiscono tutte le anime del mondo accademico legato all'insegnamento linguistico e si cercano convergenze sui temi principali. Nel mio volume c'è proprio un contributo del professor Paolo Balboni che parla del ruolo importante che questa e altre associazioni come l'Associazione Nazionale Insegnanti Lingue Straniere (ANILS) possono avere. Il problema è che queste associazioni sono fatte da volontari e il loro impulso non sempre può essere commisurato alle sfide da affrontare. Se però vogliamo dare indirizzi precisi all'insegnamento delle lingue in Italia da qui dobbiamo ripartire. Ci si sta riprovando a riprendere in mano la questione. L'Italia ha tre punti di forza che il mio libro mette in evidenza. C'è insegnamento precoce, che a confronto con altri paesi europei presenta molti aspetti interessanti. C'è poi la questione dei bambini adottati di cui si parla pochissimo. E c'è infine l'inclusività. L'Italia ha una scuola in cui tutti i bambini con bisogni educativi speciali sono integrati nella classi. Sotto questi tre punti di vista l'Italia è indubbiamente un modello per altri paesi europei. Nell'Europa attuale, tuttavia, anche le esperienze positive rischiano di disperdersi a causa del contesto complessivo eccessivamente frammentato.

Professore grazie per l'intervista, a presto.

A presto, a risentirci.

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