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Pubblicato in Didattica

A che punto siamo con l'applicazione del CLIL nella scuola italiana? Lo chiediamo alla specialista Stefania Cavagnoli

Martedì, 23 Febbraio 2016 05:26 Scritto da 
Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata. Università di Roma Tor Vergata

Lo scorso 16 febbraio la Provincia autonoma di Bolzano ha presentato i risultati di un progetto CLIL della durata di due anni. L'assessore provinciale Philipp Achammer, che ha recentemente avviato un piano per migliorare qualità dell'insegnamento linguistico nelle scuole di lingua tedesca e per sostenere il plurilinguismo altoatesino, ha presentato il progetto sostenendo che la maggioranza degli studenti e dei genitori è a favore di questa metodologia di insegnamento e la sostiene. Abbiamo chiesto alla coordinatrice del progetto, la Professoressa di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata, Stefania Cavagnoli, di raccontarci come è andato il progetto e di fare il punto della situazione sull'applicazione del CLIL nel sistema scolastico italiano.


Professoressa Cavagnoli, avete da poco concluso un progetto CLIL in provincia di Bolzano, ci potrebbe fornire un breve bilancio?

I risultati sono stati soddisfacenti. Il progetto era innovativo soprattutto perché veniva dalla scuola in lingua tedesca. Va detto, infatti, che in Alto Adige la ricerca e la sperimentazione sull'insegnamento plurilingue sono state fatte principalmente nella scuola in lingua italiana. Il progetto era innovativo da due punti di vista: era riferito alla lingua italiana ed inglese e veniva svolto dalla scuola secondaria di secondo grado. È un progetto che si basa sulla Legge Gelmini, in questo caso famigerata, perché ha introdotto il CLIL soltanto al quinto anno della scuola superiore, contravvenendo a tutte le regole scientifiche e didattiche.
L'Intendenza scolastica di Bolzano, tuttavia, pur dovendo applicare la legge Gelmini, ha introdotto una modifica nella sperimentazione che fa iniziare il CLIL dal quarto anno e non dal quinto.

Questo è stato possibile in virtù dell'autonomia di cui gode la Provincia di Bolzano o è possibile farlo a livello nazionale?

Sperimentazioni di questo tipo sono sempre possibili in qualsiasi parte d'Italia. Alcuni progetti CLIL sono stati realizzati anche a partire dal primo anno della scuola superiore secondaria. Io poi mi auguro che si possa anticipare alla scuola primaria se non addirittura all'asilo nido. In ogni caso, per comprendere bene la natura del nostro progetto è necessario fare un breve riferimento alla realtà della Provincia di Bolzano e all'articolo 19 dello Statuto d'autonomia del 1972. L'articolo, che garantisce l'insegnamento in lingua madre, è stato spesso utilizzato a livello politico per impedire insegnamenti di tipo plurilingue. Per me è giusto che una lingua madre e soprattutto una lingua minoritaria sia tutelata anche attraverso la scuola, ma questo non deve avvenire a discapito del plurilinguismo. Questa norma poi è stata interpretata con una certa chiusura anche sul versante della valutazione. È stato detto: sì fate pure lezione in lingua italiana nella scuola tedesca, ma la valutazione si fa sull'insegnamento in lingua tedesca. Devo ricordare a questo proposito che in Alto Adige le scuole sono separate, c'è una scuola in lingua tedesca, una scuola in lingua italiana e una scuola ladina, che si chiama "ladina" e non "in lingua ladina" perché è l'unica scuola che regolarmente ha metà delle ore in italiano, metà in tedesco ed alcune ore in ladino.
Nel nostro progetto abbiamo detto insegniamo una disciplina con metodo CLIL per un semestre in lingua italiana oppure in inglese e un semestre in lingua tedesca. Il progetto, coordinato dall'Intendenza scolastica tedesca, prevede il CLIL in italiano come L2 e in inglese come L3. Alcune classi hanno avuto il CLIL solo in italiano, altre lo hanno avuto sia in italiano che in inglese. Il progetto nasce dalla ricerca di scuole volontarie alla sperimentazione che abbiano docenti disciplinaristi di chimica, matematica, diritto, storia e altre materie con una competenza di italiano e inglese pari almeno al C1.

Beh, direi il minimo sindacale per poter tenere un corso con metodo CLIL. Una soglia indispensabile per rendere una lezione coinvolgente e far sì che l'insegnante metta veramente a frutto la sua professionalità.

Certo se parliamo di scuola superiore. Io, tuttavia, sono convinta che se parliamo della scuola di primo grado, il CLIL si possa avviare anche con un B2, sempre che vi siano ovviamente anche altri tipi di competenze.

Quando è partito il progetto?

La sperimentazione è partita nel settembre del 2014 e si è sviluppata negli ultimi due anni scolastici. Abbiamo iniziato da diverse classi della quarta superiore di licei e istituti tecnici. Siamo partiti da un'analisi relativa a conoscenze e atteggiamenti. Abbiamo elaborato dei questionari da sottoporre agli insegnanti e agli studenti e alle studentesse coinvolte. L'Intendenza ha poi elaborato un test di accesso in italiano e in inglese. Il test era per un livello B2. E da questo capisce che l'insegnante deve saperne un po' di più.

Mi faccia capire, gli studenti avevano un livello B2 sia in italiano che in inglese?

Tenga conto che l'italiano è L2 e che questi studenti, seppur di lingua tedesca, vivono in Italia. Per l'inglese si trattava di un test B2 diciamo tendente al basso, però di fatto erano due certificazioni. Sì, in sostanza, il livello linguistico degli studenti è alto. Alla fine dell'anno poi abbiamo somministrato agli studenti anche un test di uscita e gli stessi questionari con l'aggiunta di domande aperte. Per gli insegnanti invece abbiamo modificato il questionario, in partenza solo con domande chiuse, in un questionario con domande a risposta aperta.
Quello che abbiamo rilevato dai questionari è che gli studenti non sono abituati ad autovalutarsi e che tendono sempre a valutarsi al ribasso. Nel questionario in uscita degli insegnanti abbiamo invece messo a fuoco che questi, benché tutti volontari, avevano delle forti paure iniziali. Credevamo che le paure sarebbero state più dalla parte dei ragazzi che non da quella degli insegnanti.

Certo sono chiamati a fare quello che sanno fare benissimo nella propria lingua in una lingua straniera. Forse è a rischio la loro autorevolezza?

Tutte le paure sono legittime. Spesso abbiamo un atteggiamento poco fiducioso nei confronti delle competenze nei confronti dei nostri ragazzi, tutto qui. Se dessimo loro più fiducia probabilmente avrebbero risultati migliori gli stessi insegnanti.

Come è stato recepito il progetto dalle famiglie?

Abbiamo elaborato un questionario in uscita anche per loro e i questionari sono stati tutti positivi. Tutti e tre i gruppi dei destinatari (studenti, insegnanti e genitori) hanno concluso che è troppo tardi partire in quarta superiore. Alcuni hanno addirittura suggerito essi stessi di farla partire alla scuola primaria.

Quindi il progetto è andato oltre le vostre aspettative?

Sí. In seguito a questo è stata emanata una delibera, ed è questo il motivo per cui è uscita la conferenza stampa dell'Intendenza, in cui la giunta provinciale ha proposto che le scuole superiori possano cominciare a sperimentare il CLIL dal secondo anno.

Pensa che questo tipo di progetti possa essere estesi a tutto il territorio nazionale? In fondo l'Alto Adige è una realtà plurilingue ben consolidata ed è un territorio in cui i giovani hanno in generale competenze linguistiche più alte rispetto alla media nazionale.

Questo è vero. Pensi che insegno all'Università Tor Vergata di Roma e lì il livello richiesto per l'idoneità linguistica dei nostri triennalisti di tutte le facoltà era A2. L'A2 l'hanno raggiunto i miei figli in quinta elementare. Adesso è stato alzato a B1 e alla magistrale a B2.

Arriviamo a uno dei punti critici, a nostro avviso, dell'applicazione del metodo CLIL in Italia. Il governo ha detto che si può cominciare a insegnare anche con docenti in possesso di competenze di livello B1. Le faccio a questo punto una domanda: se suo figlio frequentasse un corso CLIL con un insegnante con livello B1 come genitore non sarebbe contrariata?

Io no. Capisco la sua domanda. Tuttavia, ho un approccio alle lingue molto naturale. Sono dell'idea che per come è la nostra scuola sia meglio un B1 che niente.

Questo lo abbiamo scritto anche in un nostro articolo più recente, si butta il cuore oltre l'ostacolo, ma intanto si inizia. Tuttavia, secondo noi un B1 non è proprio in grado di iniziare. Non è un po' una rottura del contratto formativo il proporre un insegnante che non è preparato per il CLIL? Da genitore, forse mi darebbe più garanzie almeno un B2.

Cinque anni fa quando è partito il progetto CLIL di formazione degli insegnanti ero docente a Macerata e l'Ufficio scolastico regionale ci aveva chiesto di preparare metodologicamente e linguisticamente gli insegnanti che avrebbero dovuto adottare il CLIL per le scuole superiori. Noi abbiamo fatto il bando come Università di Macerata per tutta la Regione Marche per insegnanti disciplinaristi con livello C1 di inglese. Ebbene si sono presentate solo nove persone. Il MIUR ci ha fatto sapere che con numeri così bassi non si poteva partire. Allora abbiamo rifatto il bando abbassando il livello a B2. Le persone sono diventate 11. Allora abbiamo detto abbassiamo ulteriormente al B1 e in un anno li portiamo al B2.
Ribadisco per la scuola superiore un B2 è comunque troppo basso, per le scuole elementari e medie invece potrebbe bastare. La cosa fondamentale è con quale metodologia si imposta la lezione CLIL, la quale non può essere svolta in modo frontale e si deve basare, invece, su un approccio cooperativo, sul lavoro dei ragazzi.

Crediamo che un'eccessiva impreparazione degli insegnanti possa ingenerare un rifiuto per la CLIL. Immagino sappia cosa è successo in Trentino dove gruppi di genitori si sono opposti.

Conosco bene la situazione perché abito a Trento. Sono ormai quindici anni che mi occupo di questi argomenti entrando nelle scuole, anche perché penso che non si possa fare ricerca in didattica se non si sta nelle scuole. Va detto che il progetto di una scuola bilingue , avviato tredici anni fa, è stato esportato in Alto Adige. Per una volta il movimento è stato inverso, dato che molto spesso le novità partono da Bolzano e arrivano a Trento. Le reazioni di alcuni genitori in Trentino non le ho capite. Si tratta di un progetto CLIL che richiede appena tre ore settimanali. Sostengo pienamente questo progetto.

Certo duemila firme contro il progetto non sono poche. Forse ci sarà stato anche qualche problema di comunicazione?

Sicuramente. C'è però anche un problema legato ai genitori. Tutti, infatti, si sentono autorizzati a parlare di apprendimento linguistico. Nessun genitore avrebbe messo in discussione un progetto se questo fosse stato sulla matematica, senza che entrassero in gioco le lingue. Sulle lingue tutti possono dire la loro? Aggiungo poi che sul caso in Trentino ci sono state anche dinamiche di tipo sindacale. La paura, in questo caso legittima, è che se si aumentano le ore di insegnamento in lingua straniera attraverso il CLIL, si diminuiscono quelle in lingua italiana. In base alla mia esperienza, nel corso degli anni anche gli insegnati contrari al CLIL hanno poi chiesto di aderire ai progetti.

Ci sono dei riscontri oggettivi agli ottimi risultati di cui parla?

Dal punto di vista oggettivo, le valutazioni sono state di due tipi. Una di carattere prettamente linguistico. I ragazzi che hanno seguito corsi CLIL nelle scuole di Bolzano in lingua italiana, quindi come lingua seconda avevano il tedesco, hanno ottenuto il B2 in seconda o terza media. Ma non solo i ragazzi più bravi, anche quelli con disturbi dell'apprendimento. Un secondo tipo di valutazione riguarda i test Invalsi di matematica. Gli studenti che hanno seguito i corsi CLIL hanno poi ottenuto i risultati migliori della scuola. Questo serve a sfatare il falso mito secondo cui il CLIL non può essere adottato con materie forti. Le scienze cognitive ci dicono che i bambini bilingui hanno una marcia in più e questa ne è in qualche modo una dimostrazione.

Non c'è il rischio che il CLIL diventi solo inglese?

Il Libro bianco della Commissione Europea del ‘94 parla di tre lingue. La lingua madre, la lingua veicolare, che nel caso dell'Europa è certamente l'inglese, e la lingua del vicino. Per la zona di Bolzano la lingua del vicino è il tedesco, per Piemonte e Valle d'Aosta è sicuramente il francese, per l'Adriatico sono le lingue correlate all'ex serbo-croato. Sono convinta che tutte le lingue ci stiano e che dove c'è una lingua ce ne sta anche una seconda e una terza. L'inglese è necessario, ma benissimo altre lingue. È importante partire dalle competenze che abbiamo nella scuola.

Spero che abbia ragione lei sul B1, anche se resto dubbioso.

Concludo ribadendo che per fare CLIL la competenza linguistica deve esserci e deve essere alta. A livello di scuola primaria si può cominciare con un B1, questo però a fine anno deve aver raggiunto un B2. Resto convinta, tuttavia, che la competenza principale per affrontare il CLIL sia quella didattica. C'è bisogno di bravi insegnanti che, seppur partendo da competenze linguistiche non eccelse, sappiano comunque sfruttare a proprio vantaggio, e soprattutto a vantaggio dei ragazzi, le grandi potenzialità offerte dal CLIL. Ovviamente questo tipo di approccio esclude a priori una didattica di tipo frontale. In questo senso il CLIL è molto utile perché obbliga in qualche modo gli insegnanti anche a mettere in discussione il lavoro di anni. Meglio una didattica efficace ed ispirata a principi moderni che avere un C1 e poi fare lezione frontale.

Professoressa, grazie dell'intervista e a presto.

A risentirci.

Stefania Cavagnoli è professoressa associata di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata, dove insegna linguistica applicata e glottodidattica. Si occupa da anni di educazione al plurilinguismo e di didattica della comunicazione specialistica (con particolare riferimento al linguaggio giuridico in dimensione interlinguistica italiano-tedesco). E’ consulente scientifica di diversi progetti CLIL nelle scuole del Trentino Alto Adige. Le sue principali pubblicazioni sono Educare al plurilinguismo, Franco Angeli, 2011, Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile, Edizioni dell’Orso 2013, oltre a saggi in volumi e riviste nazionali e internazionali.

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