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Pubblicato in Ricerca e tecnologia

La lingua italiana può ancora nominare tutto? Abbiamo le risorse per tradurre tutto ciò che scienza e tecnologia diffondono attraverso l’inglese? Lo chiediamo alla terminologa Licia Corbolante In evidenza

Mercoledì, 20 Maggio 2015 04:37 Scritto da 
Licia Corbolante cura da diversi anni blog.terminologiaetc.it, un interessante e seguitissimo blog dedicato a tematiche e questioni terminologiche Licia Corbolante cura da diversi anni blog.terminologiaetc.it, un interessante e seguitissimo blog dedicato a tematiche e questioni terminologiche Licia Corbolante

Dottoressa Corbolante, la lingua italiana è ancora in grado di tradurre sempre e comunque concetti e vocaboli dell'inglese che penetrano nella nostra lingua attraverso un incessante sviluppo della scienza e della tecnologia?

Sì, credo che l'italiano abbia ancora le risorse per farlo ma forse manca una cultura terminologica che faccia riflettere sui concetti e sulle parole e i termini che li rappresentano. Penso ad esempio ai media che trattano argomenti tecnici o specialistici e spesso ricorrono a traduzioni letterali dall’inglese o anglicismi, senza verificare se esistono già corrispettivi italiani, e così contribuiscono alla diffusione di termini poco trasparenti. Un esempio è fiscal compact, usato da tutti i media anche se nei documenti italiani dell’Unione europea si chiama invece patto di bilancio. Quanti sanno che compact vuol dire accordo e che fiscal non riguarda le tasse ma l’attività economica e finanziaria di uno stato? Questo è un esempio “istituzionale” ma se ne potrebbero fare molti anche per la tecnologia o altri ambiti. Per l’italiano esistono ottimi esempi di ricerca terminologica, sia nelle istituzioni che nelle università, che propongono terminologia italiana motivata e trasparente, ma spesso le risorse prodotte non sono molto note e non vengono usate da imprese e aziende che ne potrebbero beneficiare, per vari motivi: se ne ignora l’esistenza, i canali di comunicazione non sono adeguati, i tempi accademici e istituzionali, più dilatati, sono incompatibili con le esigenze delle aziende. Inoltre, non tutte le aziende comprendono l’importanza della gestione della terminologia e il suo impatto sulla comunicazione e sulla fruibilità dei prodotti, e quindi non le dedicano sufficiente attenzione, oppure la affidano a chi non ha le competenze necessarie.

Lei giustamente cita le aziende come attori fondamentali dello sviluppo della terminologia. Non si rischia, tuttavia, che le aziende stesse "privatizzino" troppo il lavoro terminologico adottando ognuna la propria metodologia e il proprio lessico?

Ci sono differenze nel lavoro terminologico riscontrabili non solo in ambiti diversi e in aziende diverse, ma che variano anche da paese a paese, da tipologia di prodotto e da fattori specifici per ciascun mercato. Ci sono aziende che cercano di differenziare la propria terminologia proprio per dare un'identità particolare ai propri prodotti, altre invece preferiscono attenersi ai termini con i quali i potenziali utenti hanno già familiarità, di solito la terminologia dei leader del mercato. In questo modo semplificano l’apprendimento del prodotto e rendono più facilmente reperibili le informazioni. Mi spiego semplificando al massimo: se una particolare funzionalità viene chiamata X dalla maggior parte dei produttori e io invece la chiamo Y, per me sarà più difficile “intercettare” potenziali clienti che stanno cercando informazioni o vogliono confrontare i prodotti. In realtà una buona gestione della terminologia consente di gestire al meglio anche le differenze terminologiche intenzionali, ad esempio fornendo i dati necessari per l’ottimizzazione delle ricerche, la cosiddetta SEO. 

Ci può fare qualche esempio di differenze?

Come dicevo, ci sono differenze tra settori diversi e anche tra paesi diversi, e tendenze che cambiano anche rapidamente nel giro di pochi anni. Posso fare qualche esempio relativo alla terminologia italiana del software di consumo. Negli anni ’90 e all’inizio del secolo c’erano pochi grossi produttori di software che dominavano il mercato e in Italia, più che in altri paesi, la terminologia di riferimento era quella Microsoft. Poteva piacere o meno, ma assicurava coerenza terminologica, ad esempio in tutti i browser la funzione che in inglese è denominata history in italiano si chiama si chiama cronologia e chi passa da un browser all’altro la riconosce immediatamente. Ora il mercato è completamente diverso: l’influenza di Microsoft è calata drasticamente, si sono affermati altri produttori, nuove tecnologie, nuovi modelli di comunicazione, dominano social media e la comunicazione si è spostata sui dispositivi mobili. Tutto questo ha portato a una maggiore diversificazione e frammentazione terminologica. Inoltre, sono cambiati anche i modelli di localizzazione, e cioè del processo di traduzione e adattamento di software e altri contenuti per un mercato specifico. Nel secolo scorso i principali produttori di software ricorrevano a terminologi o specialisti linguistici che di solito lavoravano all’interno dell’azienda, mentre ora si ricorre quasi esclusivamente a risorse esterne, e quindi meno continuità. Non va inoltre sottovalutato l’impatto del cosiddetto crowdsourcing, un processo produttivo simile all’esternalizzazione in cui le risorse esterne di un progetto sono costituite da un insieme di persone (“crowd”) non precedentemente organizzate tra loro e che contribuiscono su base volontaria. Raramente si tratta di esperti e nonostante l’entusiasmo dei partecipanti non sempre i risultati sono soddisfacenti, ad esempio Twitter ricorre a questo modello ma si notano molte incongruenze tra le diverse interfacce e scelte terminologiche non sempre felici. Anche la localizzazione di Facebook inizialmente era in crowdsourcing, ma in seguito è stato preferito un approccio più professionale, anche per evitare alcuni errori imbarazzanti che erano stati molto pubblicizzati.

Molti reclamano una maggiore attenzione rispetto alla penetrazione di anglicismi a qualsiasi livello nella nostra lingua, in pochi sottolineano, tuttavia, che si tratta anche di un problema di costi. L’inglese e i suoi linguaggi specialistici crescono a dismisura, per stare al passo con il loro sviluppo occorrono anche investimenti in termini finanziari. Tutti a parole vogliono ridurre gli anglicismi nell’italiano, pochi però sarebbero disposti a pagare per chi in teoria è in grado di farlo con gli strumenti adeguati, specialmente le aziende sempre alla prese con le questioni dei costi.

La mancanza di lavoro terminologico nelle imprese può essere un problema finanziario, perché è un processo costoso ed è difficile quantificare il cosiddetto ROI, il “ritorno sugli investimenti”. Gli anglicismi però non riguardano solo termini nati in contesti aziendali, istituzionali o scientifici, cioè il lessico specialistico, ma anche parole del lessico comune che rappresentano concetti generici. Quando nascono nuovi concetti in ambiti specialistici come l’economia o la tecnologia, succede che gli anglicismi si diffondano e prendano piede senza che ci sia stato il tempo di ragionare su alternative italiane forse più adeguate, e così diventano insostituibili. Per quel che riguarda invece l’abuso degli anglicismi nel lessico comune, usati anche se esistono alternative italiane valide e già disponibili, credo intervenga anche un certo esibizionismo e una buona dose di pigrizia.

Ci faccia un esempio?

Penso ai media italiani, che spesso usano testi o altre risorse in inglese come fonte, oppure al cosiddetto itanglese, molto comune nelle grosse aziende dove l’inglese è una sorta di lingua franca. Perché dire feature, tool, trend, customer service/care quando si può dire caratteristica o funzionalità, strumento, tendenza, assistenza ai clienti? Non si fa lo sforzo di ricorrere a parole e termini italiani corrispondenti e non si prova ad applicare gli stessi meccanismi linguistici dell’inglese anche all’italiano. Vorrei accennare in particolare alla risemantizzazione, e cioè l’attribuzione di un nuovo significato a un elemento lessicale esistente, che così diventa un neologismo semantico. È un meccanismo molto sfruttato in inglese, anche nei linguaggi tecnici o specialistici, dove una parola o un’espressione di uso generale o comune viene trasformata in un termine che designa un concetto particolare in un linguaggio speciale, come è stato fatto, ad esempio, con mouse, cloud e firewall. In questi casi l’italiano spesso rinuncia ad operare lo stesso tipo di risemantizzazione sulla parola italiana corrispondente e adotta invece la parola inglese, soprattutto se non assomiglia a nessun elemento lessicale italiano già esistente. Ultimamente si nota una nuova tendenza che mi lascia molto perplessa perché riguarda parole inglesi di radice latina, come ad esempio mission, vision, social, format e il recentissimo ambassador di Expo 2015. Questi anglicismi sono stati preferiti a missione, visione, sociale, formato, ambasciatore e in questo modo si creano degli insoliti doppioni, mentre sarebbe stata più logica una risemantizzazione. Sono convinta che in questi casi erroneamente si attribuisca all’inglese più precisione e invece si tradisce una scarsa conoscenza della lingua inglese.

E di quella italiana, mi permetto di aggiungere?

Sì, evidenzia una notevole povertà lessicale e incapacità di sfruttare le risorse e i meccanismi della nostra lingua. Ci sono termini tecnici e specialistici che obiettivamente sarebbero difficili da rendere in italiano, e in questi casi i prestiti sono la scelta più efficace, grazie al valore monosemico, alla concisione e alla riconoscibilità internazionale, ma nel linguaggio comune non capisco proprio perché si debba dire “deadline” invece di scadenza.

Forse perché la parola italiana fa pensare alla scadenza del latte o dei prodotti alimentari, mentre una “deadline fa molto più business”? Mi spiego, forse perché le parole italiane sono meno “cool” di quelle inglesi, secondo la percezione di molti parlanti? Non si tratta nel caso degli anglicismi più di una spinta dal basso che contribuisce alla loro diffusione?

Per il lessico comune non credo si possa parlare di spinta dal basso. Si può osservare che nelle situazioni di vita quotidiana, quelle che non richiedono termini specialistici, gli anglicismi superflui sono molto rari, probabilmente perché le produzioni verbali sono più spontanee e meno influenzate dalla necessità di apparire “cool” o “trendy” e adeguarsi al gergo aziendale o di altri gruppi. Come hanno osservato i più autorevoli linguisti italiani, la presenza degli anglicismici appare maggiore di quello che è perché viene amplificata dai mezzi di comunicazione. I giornalisti hanno sicuramente molta responsabilità, anche per un problema tutto italiano: il terrore delle ripetizioni, che ci viene inculcato a scuola, e quindi una ricerca di sinonimi che porta a fare un gran uso di anglicismi in mancanza di alternative italiane. Discorso diverso per il lessico specialistico in alcuni ambiti, specialmente in campo tecnologico, dove c’è effettivamente una spinta dal basso perché sono proprio gli utenti che contribuiscono alla diffusione e all’affermazione degli anglicismi. Sto pensando ai cosiddetti “influencer” ed “early adopter”, coloro che per primi usano un prodotto, spesso ancora in versione beta, prima ancora che esista una versione o documentazione italiana, e ne discutono usando la terminologia inglese, influenzando così tutto il mercato. Succede poi che i produttori siano costretti a prendere atto di questa popolarizzazione, che spesso avviene prima o durante il lavoro terminologico vero e proprio. Ad esempio, nella documentazione italiana di Twitter inizialmente gli hashtag erano stati chiamati “etichette” ma nel frattempo gli utenti italiani avevano adottato l’anglicismo e di conseguenza Twitter ha dovuto rinunciare al termine italiano e sostituirlo con quello inglese.

Per le aziende è importante capire queste dinamiche e usarle in modo appropriato, ad esempio coinvolgendo nelle proprie scelte terminologiche non solo terminologi ed esperti e della materia ma anche influencer e utenti particolarmente rappresentativi.

Quali azioni concrete possono essere intraprese oggi da parte delle istituzioni per affrontare la questione?

Personalmente non credo all’efficacia dell’istituzione di un’autorità che possa imporre parole, decretando quali sono quelle ammesse e quali quelle proibite. Può funzionare forse solo in alcuni paesi, ma in contesti storici e culturali completamente diversi da quello italiano. Non dimentichiamo che l’uso disinvolto e incontrastato dei forestierismi viene visto da molti come una reazione al divieto imposto negli anni del fascismo e anche per questo qualsiasi tentativo di regolamentare la lingua verrebbe osteggiato. Credo invece che la scuola potrebbe svolgere un ruolo importante. Se penso alla mia esperienza scolastica, ricordo lezioni su lezioni di grammatica tradizionale, incentrata sulla norma linguistica intransigente che indica cosa è giusto e cosa è sbagliato, senza distinzioni. Avrei invece preferito maggiore attenzione per le enormi capacità espressive della lingua, della sua multidimensionalità e flessibilità che consente di trovare innumerevoli soluzioni creative, anche lessicali. Forse questo tipo di consapevolezza aiuterebbe anche a liberarci di un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, che mi pare piuttosto diffuso.

A questo punto le faccio un’ultima domanda sul divieto di utilizzare l’italiano che il Politecnico di Milano ha provato ad applicare per i propri corsi di master e dottorato optando unicamente per l’inglese. Non le sembra che se si smette di utilizzare l’italiano nei luoghi in cui si fa ricerca scientifica in Italia si elimina del tutto la possibilità che l’italiano possa stare al passo con lo sviluppo di scienza e tecnologia?

Mi pare di capire che i corsi di laurea di primo livello rimangano comunque in italiano e credo che per master e dottorato ormai venga usato l’inglese in molti paesi europei, quindi alcune polemiche mi sembrano esagerate. Rifletterei piuttosto su un altro aspetto, le effettive competenze linguistiche dei docenti. Siamo sicuri che siano tutti in grado di insegnare in inglese con la stessa efficacia con cui lo farebbero in italiano? La qualità dell’insegnamento migliorerà o peggiorerà? Sono considerazioni che non riguardano solo le università ma anche le scuole dove è previsto l’insegnamento di alcune materie in lingua straniera con la metodologia CLIL, citata ripetutamente nelle discussioni sulla riforma della scuola. Poi però si scopre che ai docenti è sufficiente una conoscenza della lingua straniera di livello B1, assolutamente inadeguata per insegnare una materia, e a me sembra un’ulteriore prova di scarsa consapevolezza linguistica, ma anche di grande superficialità.

In conclusione, l’italiano ha ancora le capacità per nominare tutto?

Indubbiamente. L’italiano è una lingua molto creativa che dispone di tutti i meccanismi per poter esprimere qualsiasi concetto, se necessario ricorrendo anche ai prestiti da altre lingue. È però importante conoscerli bene per poter scegliere quelli più adatti per comunicare con efficacia.
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